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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 10739/2025 del 18/03/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorso deduceva inosservanza di legge (art. 81 c.p.) e vizio di motivazione, sostenendo che la Corte d'appello non avesse assorbito il reato di cessione (capo B) nel più grave reato di detenzione ai fini di spaccio (capo A). La difesa ha sostenuto che, per contesto spazio-temporale comune, identità/similarità della sostanza, modalità e luoghi di occultamento e conservazione, le condotte andavano considerate un unico fatto concreto (assorbimento delle cessioni nella detenzione) e non come reati distinti collegati solo dalla continuazione

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per tardività e per violazione dell'art. 606, comma 3, c.p.p., rilevando che la questione relativa alla corretta applicazione dell'istituto della continuazione/non assorbimento non era stata dedotta nei motivi di appello e dunque non poteva essere sollevata per la prima volta in Cassazione. La Suprema Corte non ha valutato il merito della ricostruzione fattuale e si è limitata a ritenere preclusa la doglianza. Conseguentemente il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende

Norme richiamate

  • D.P.R. n. 309/1990, art. 73

    Disciplina i reati relativi a sostanze stupefacenti; la giurisprudenza richiede che le diverse condotte previste dall'art. 73 perdano la loro individualità (con assorbimento) se costituiscono manifestazione del potere di disposizione della medesima sostanza e sono realizzate contestualmente o senza apprezzabile soluzione di continuità in funzione di un unico fine; nel caso in esame la Corte di Cassazione non ha deciso sul merito ma ha osservato che tale valutazione richiede accertamenti di fatto non idonei per la Cassazione se non dedotti in appello

  • Codice penale, art. 81

    Riguarda il concorso di reati e la continuazione. Il ricorrente deduceva la non corretta applicazione dell'istituto della continuazione/assorbimento; la Corte ha ritenuto che tale censura non fosse stata dedotta in appello e pertanto non poteva essere proposta in Cassazione

  • Codice penale, art. 131-bis

    Norma sulla non punibilità per particolare tenuità del fatto; era stata invocata in appello e rigettata dalla Corte d'appello, ma la Cassazione non ha esaminato nel merito tale questione perché ha dichiarato inammissibile il ricorso

  • Legge n. 689/1981, art. 53

    art. 53 L. n. 689/1981, come modificato dall'art. 71, lett. a) L. n. 150/2022

    Riguarda la sostituzione della pena detentiva con lavori di pubblica utilità; la difesa aveva richiesto in subordine la sostituzione ma la Corte d'appello l'aveva rifiutata e la Cassazione non ha esaminato la questione per inammissibilità del ricorso

  • Codice di procedura penale, art. 606, comma 3

    Stabilisce che la Cassazione dichiara inammissibile il ricorso se è proposto per motivi diversi da quelli consentiti o per violazioni non dedotte con i motivi di appello; la Corte ha applicato questa norma per escludere l'esame della doglianza nuova introdotta in Cassazione

  • Codice di procedura penale, artt. 569 e 609

    art. 569 e art. 609, comma 2 c.p.p.

    Richiamati come limiti alle eccezioni ammissibili in Cassazione; la Corte ha ricordato che fuori dai casi previsti da tali articoli non si può proporre in Cassazione violazioni di legge non dedotte in appello

  • Giurisprudenza della Cassazione

    Sez. 3, n. 23759 del 10/02/2023, Rv. 284666 - 01

    Principio secondo cui le diverse condotte previste dall'art. 73 DPR 309/1990 perdono la loro individualità (escludendo il concorso) se sono manifestazione del potere di disposizione della stessa sostanza e realizzate contestualmente o senza apprezzabile soluzione di continuità per un unico fine; tuttavia la verifica di tali requisiti è questione di fatto che richiede valutazione del materiale probatorio

Massime di principio

  • In casi di contestata detenzione e cessione di stupefacenti, per ottenere l'assorbimento delle cessioni nella detenzione occorre dimostrare che tutte le condotte siano manifestazione del potere di disposizione della stessa sostanza e siano state poste in essere contestualmente o senza apprezzabile soluzione di continuità in vista di un unico fine
  • La valutazione se più condotte previste dall'art. 73 costituiscano un unico fatto o reati distinti è principalmente questione di fatto/prove e, se non dedotta in appello, non può essere sollevata per la prima volta in Cassazione per effetto dell'art. 606, comma 3, c.p.p.
  • Per evitare l'inammissibilità in Cassazione, è essenziale che le censure di diritto (es. errata applicazione dell'art. 81 c.p.) siano specificamente dedotte già nei motivi di appello
  • Se il giudice di merito (Tribunale/Corte d'appello) rigetta eccezioni quali la tenuità del fatto (art. 131-bis) o la concessione di misure alternative, la Cassazione può esaminarle solo se le questioni di diritto sono state adeguatamente trattate nei gradi precedenti o rientrano nei casi espressamente ammessi
  • La giurisprudenza che riconosce l'assorbimento delle varie forme di condotta under art. 73 richiede elementi concreti (identità della sostanza, continuità temporale e funzionale, modalità di detenzione/gestione) e tali elementi devono emergere dal processo in modo che possano essere valutati dal giudice
  • In caso di inammissibilità del ricorso per motivi procedurali, il risultato è la mancata valutazione del merito sostanziale e la possibile condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una somma alla Cassa delle ammende
  • Per una strategia difensiva efficace: sollevare tempestivamente in appello tutte le questioni di diritto rilevanti (assorbimento, tenuità, proporzionalità della pena, applicazione delle attenuanti), documentando gli elementi probatori che possono sostenere la qualificazione unica del fatto

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