Cassazione Penale, Sentenza n. 5419/2023 del 08/02/2023
Sintesi
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Favorevole al resistente
La controversia
Richiesta di riparazione per ingiusta detenzione per il periodo dal 9 ottobre 2015 al 20 settembre 2016: Tuzbaia era stata sottoposta a custodia cautelare in carcere e poi agli arresti domiciliari per presunta partecipazione a un'associazione a delinquere transnazionale dedita a furti, ricettazione e riciclaggio, con ruolo logistico (spedizioni, ricerca appartamenti, referente legale). In primo grado era stata condannata, in appello assolta per non aver commesso il fatto. La Corte d'appello aveva negato l'indennizzo ritenendo sussistente una colpa grave/connivenza che aveva contribuito all'adozione delle misure cautelari. Il ricorrente ha contestato la qualificazione degli atti come antigiuridici (ospitalità, assistenza legale, custodia pacchi) e ha sottolineato l'insussistenza di sequestri o prove dirette; il Ministero ha sostenuto che i comportamenti della ricorrente erano idonei a trarre in inganno l'autorità e costituivano macroscopica imprudenza e superficialità.
La decisione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha richiamato i principi secondo cui la colpa grave ostativa all'indennizzo può derivare anche da comportamenti extraprocessuali (frequentazioni, connivenza, condotte apparenti di contiguità) purché il giudice fornisca motivazione adeguata sulla loro idoneità a costituire indizi di colpevolezza e sul rapporto causale con la misura cautelare. Applicando tali principi, la Corte ha ritenuto congruente la motivazione della Corte di merito che aveva valorizzato intercettazioni e comportamenti concreti della Tuzbaia (ospitalità in appartamento usato da più connazionali, custodia di pacchi con merce spedita in Georgia e conversazioni indicative della conoscenza della natura illecita della roba, ruolo di referente nei rapporti con il difensore), configurando una connivenza e una colpa grave che avevano concorso all'errore dell'autorità giudiziaria. Per tali ragioni il ricorso è stato dichiarato infondato; la Corte ha inoltre disposto che non si procedesse alla condanna del Ministero alla rifusione delle spese e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Norme richiamate
Norma sulla riparazione per ingiusta detenzione invocata dal ricorrente; la Corte valuta se sussiste il diritto all'indennizzo salvo che l'esistenza di dolo o colpa grave abbia concorso a causare la detenzione.
art. 606, primo comma, lett. e) cod. proc. pen.
Richiamato come parametro di censura della motivazione: la Cassazione può valutare la mancata adeguatezza, congruità e logicità della motivazione (vizio di motivazione) nell'ambito del ricorso per cassazione.
Massime di principio
- L'assoluzione nel giudizio penale non determina automaticamente il diritto all'indennizzo: il giudice della riparazione valuta autonomamente se il comportamento dell'interessato abbia concorso, con dolo o colpa grave, a causare la detenzione.
- Comportamenti extraprocessuali (frequentazioni, ospitalità, custodia di beni, ruoli di referente) possono integrare colpa grave o connivenza rilevanti ai fini dell'esclusione dell'indennizzo, purché la loro incidenza sulla decisione cautelare sia adeguatamente motivata e fondata su elementi certi, non su mere congetture.
- È necessario dimostrare l'esistenza di un rapporto causale, anche concorrente, tra le condotte del ricorrente e l'adozione della misura cautelare: la valutazione richiede motivazione logica e congrua del giudice della riparazione.
- Le intercettazioni e conversazioni che indicano consapevolezza della natura illecita delle attività altrui possono essere valorizzate per ricavare connivenza, ma il loro utilizzo deve essere ben argomentato e collegato all'effetto restrittivo della libertà.
- In situazioni simili, il resistente (Stato/Ministero) può opporre che imprudenza o condotte collusive abbiano reso prevedibile l'intervento dell'autorità; chi chiede riparazione dovrebbe documentare l'assenza di tale contiguità e contestare il nesso causale tra condotta e misura cautelare.
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