Cassazione Penale, Sentenza n. 18583/2024 del 10/05/2024
Sintesi
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Favorevole al resistente
La controversia
Impugnazione dell'assoluzione pronunciata dal Tribunale di Campobasso per il reato di cui all'art. 337 c.p. (resistenza a pubblico ufficiale). Il Procuratore Generale censura l'interpretazione della norma da parte del Tribunale, sostenendo che quest'ultimo avrebbe richiesto erroneamente che la condotta produca un risultato concreto di opposizione all'atto d'ufficio; contesta altresì che il Tribunale abbia valutato la condotta riferendola al rifiuto di seguire gli operanti e non alle minacce contestate, e ritiene irrilevante ai fini dell'imputabilità lo stato di agitazione della donna.
La decisione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di motivo di diritto: il motivo proposto era sostanzialmente versato in fatto e privo di un confronto critico con la sentenza impugnata. Il Collegio ha condiviso la motivazione del Tribunale, ritenendo che le espressioni pronunciate dall'imputata fossero inidonee a impedire o ostacolare concretamente il compimento dell'atto d'ufficio e che mancasse l'elemento psicologico specifico richiesto. La Corte ha richiamato il principio di offensività e la giurisprudenza secondo cui, pur essendo sufficiente violenza o minaccia anche se l'azione non ha avuto successo, tali comportamenti devono essere reali e dotati di efficacia causale e sorretti dal dolo specifico; perciò l'assoluzione del Tribunale è risultata legittima.
Norme richiamate
Reato contestato: resistenza a pubblico ufficiale. La sentenza ha ritenuto non sussistente il reato perché mancava una violenza o minaccia reale e idonea e l'elemento psicologico specifico richiesto.
Cass. Sez. 6, n. 5459 del 08/01/2020, Rv. 278207
Richiamata per il principio che è sufficiente l'uso di violenza o minaccia indipendentemente dall'esito dell'azione, ma nel contempo si richiede che tali condotte siano reali e idonee.
Cass. Sez. 6, n. 45868 del 15/05/2012, Meligeni, Rv. 253983
Sottolinea la necessità che violenza o minaccia siano reali e connotino in termini di efficacia causale la loro idoneità a coartare l'agire del pubblico ufficiale; richiede il dolo specifico.
Cass. Sez. 6, n. 36367 del 06/06/2013, Lorusso, Rv. 257100
Utilizzata per confortare la valutazione dell'insussistenza dell'elemento psicologico quando la finalità della condotta è diversa da quella di opporsi all'atto d'ufficio.
Principio di offensività
Inteso come criterio ermeneutico per escludere la punibilità di condotte che, pur offensive dal punto di vista formale, non raggiungono la capacità di lesione dell'interesse tutelato (qui: l'effettiva ostacolazione dell'azione del pubblico ufficiale).
Massime di principio
- Per il reato di resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 c.p.) non è necessario che l'atto d'ufficio sia effettivamente impedito; tuttavia la violenza o la minaccia devono essere reali e idonee, in termini di efficacia causale, a ostacolare il pubblico ufficiale.
- Occorre il dolo specifico di voler opporsi o coartare l'agire del pubblico ufficiale: semplici espressioni verbali prive di capacità intimidatoria concreta possono non integrare il reato.
- Lo stato di agitazione o altre condizioni emotive non esimono automaticamente dall'imputabilità; la valutazione rimane ancorata all'accertamento dell'elemento psicologico e della capacità offensiva della condotta.
- In sede di ricorso per Cassazione è necessario proporre motivi di diritto e svolgere un confronto critico con la motivazione impugnata; la rinnovazione di contestazioni di fatto senza critica giuridica porta a inammissibilità.
- Nelle valutazioni probatorie relative a minacce o violenza va considerata la loro efficacia concreta e la causalità rispetto all'ostacolo contestato: la sola percezione soggettiva degli operanti o il mero dissenso dell'imputato possono non essere sufficienti.
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