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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 51042/2023 del 20/12/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente impugnava la conferma della condanna per il delitto di violenza o minaccia a pubblico ufficiale (art. 336 c.p.), deducendo: (1) mancanza dell'elemento soggettivo (dolo specifico), sostenendo che non fosse consapevole che la prestazione richiesta all'impiegato della ragioneria fosse un atto contrario ai doveri d'ufficio e che, al più, si fosse trattato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni (art. 393 c.p.); (2) insussistenza dell'elemento oggettivo, poiché le frasi pronunciate (es. "ti taglio la luce") sarebbero state uno sfogo inidoneo a coartare la volontà del pubblico ufficiale e la vittima non avrebbe avuto reale percezione della minaccia. Inoltre censurava la motivazione della sentenza d'appello come generica e insufficiente.

La decisione

La Corte di cassazione ha rigettato il ricorso ritenendolo infondato. Ha ritenuto provata, anche dalla descrizione fattuale richiamata dalla sentenza impugnata, una condotta complessiva non limitata a una mera minaccia verbale: l'imputato aveva danneggiato e messo in movimento sedie e suppellettili, afferrato e sbattuto un computer sul tavolo, scaraventato una sedia fuori dalla stanza e rivolto espressioni offensive al dipendente comunale. Tali condotte, unitamente alla minaccia verbale, erano idonee a integrare l'elemento oggettivo (violenza o comunque minaccia). Quanto al dolo specifico, la Corte ha ritenuto che l'impiegato avesse chiarito al ricorrente l'assenza di mandato di pagamento e l'impossibilità di adempiere, sicché il comportamento dell'imputato poteva ragionevolmente essere interpretato come volto a costringere il pubblico ufficiale a compiere l'atto richiesto. Le condizioni di scarsa istruzione e di grave bisogno economico del ricorrente non escludono il dolo, potendo solo influire sul trattamento sanzionatorio (già tenuto conto dai giudici di merito nella scelta del minimo edittale). Conseguentemente il ricorso è stato rigettato e il pagamento delle spese processuali imposto al ricorrente.

Norme richiamate

  • art. 336 cod. pen. (violenza o minaccia a pubblico ufficiale)

    Richiede il dolo specifico (volontà di costringere il pubblico ufficiale a compiere un atto contrario ai doveri d'ufficio). Nel caso, la Corte ha ritenuto il dolo desumibile dalla reazione dell'imputato dopo la spiegazione dell'impiegato che non poteva effettuare il pagamento.

  • art. 393 cod. pen. (esercizio arbitrario delle proprie ragioni)

    Norma alternativa evocata dal ricorrente: la Corte ha escluso la prevalenza di questa fattispecie, ritenendo che la condotta fosse diretta a costringere il pubblico ufficiale e non rientrasse nei limiti dell'esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

  • art. 23, comma 8, d.l. 28/10/2020 n.137 (conv. l. 18/12/2020) (trattazione scritta)

    Disposizione procedurale secondo cui, in mancanza di richiesta di discussione orale nei termini, è disposta la trattazione scritta; applicata nel procedimento di cassazione.

  • Sez. 6, n. 7992 del 17/06/2014 (Tedeschi)

    Giurisprudenza citata in merito al distinguo tra art. 336 e 337 c.p.; la Corte di cassazione ha ritenuto che il richiamo fosse non decisivo per il caso concreto.

  • Sez. 6, n. 20320 del 07/05/2015 (Lobina)

    Precedente richiamato in tema di minacce generiche inidonee a turbare l'attività del pubblico ufficiale; il principio non è stato ritenuto applicabile ai fatti concreti, più gravi, del caso in esame.

  • Sez. 6, n. 6164 del 10/01/2011 (Stefanello)

    Ulteriore riferimento giurisprudenziale sulle minacce: la Cassazione ha valutato l'insieme delle condotte, distinguendole da situazioni di minacce puramente generiche.

  • Sez. 2, n. 37295 del 12/06/2019 (E.)

    Principio della doppia conforme: le sentenze di primo e secondo grado conformi formano un unico corpo decisionale e assumono rilievo in Cassazione quale elemento di convincimento sul punto dell'accertamento di fatto.

Massime di principio

  • La persistenza del dolo specifico richiesto dall'art. 336 c.p. può essere desunta anche indirettamente: se il pubblico ufficiale ha spiegato che non può compiere l'atto e l'agente reagisce con condotte volte a costringerlo, il requisito soggettivo può ritenersi integrato.
  • Non ogni espressione offensiva o minacciosa configura il reato: per la punibilità è spesso necessario valutare il contesto complessivo, compresi i gesti, la violenza sugli oggetti e la concreta idoneità a intimidire il pubblico ufficiale.
  • La valutazione dell'idoneità della condotta è ex ante (come poteva essere percepita dal destinatario), ma le dichiarazioni e la reazione della vittima contribuiscono all'accertamento fattuale.
  • La povertaà, il basso livello culturale o lo stato di bisogno del reo possono costituire circostanze attenuanti o influire sulla commisurazione della pena, ma non escludono automaticamente il dolo richiesto per reati specifici.
  • L'asserita qualificazione alternativa della condotta come esercizio arbitrario delle proprie ragioni va valutata con attenzione: se la condotta è rivolta a costringere un pubblico ufficiale a violare i doveri d'ufficio, prevale la fattispecie speciale di cui all'art. 336 c.p.
  • In sede di impugnazione, il giudice d'appello deve motivare specificamente il rigetto delle censure sollevate; tuttavia, quando primo e secondo grado sono conformi e motivati (doppia conforme), la Cassazione tende ad attribuire a quegli accertamenti un peso probatorio significativo.
  • La condotta materiale (spostare o lanciare oggetti, danneggiare suppellettili, afferrare strumenti d'ufficio) aumenta la probabilità che si configuri violenza o minaccia idonea a integrare il reato contro il pubblico ufficiale.

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