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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 25990/2023 del 15/06/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Richiesta di applicazione della disciplina della continuazione ai sensi dell'art. 671 cod. proc. pen. tra più sentenze di condanna per ricettazione commesse in periodi ravvicinati (1/9/2010 - 18/4/2012) e giudicate separatamente. Il giudice dell'esecuzione aveva rigettato l'istanza ritenendo assente una "identica matrice criminosa" e configurando le condotte come espressione di una generica inclinazione a delinquere. Il ricorrente denunciava violazione dell'art. 671 c.p.p. e vizio di motivazione per mancata valutazione complessiva dei provvedimenti, richiamando in particolare una sentenza del 13/3/2017 (reati commessi tra il 19/7/2006 e il 22/1/2013) e un'ordinanza del 16/4/2019 che avevano già riconosciuto la continuazione tra fatti analoghi.

La decisione

La Corte di cassazione ha ritenuto il ricorso fondato, annullando l'ordinanza impugnata e rinviando per nuovo giudizio alla Corte di appello di Salerno in diversa composizione. La Corte ha rilevato una carenza motivazionale: il giudice dell'esecuzione, prima di disattendere la valutazione del giudice della cognizione, avrebbe dovuto spiegare perché i fatti di ricettazione commessi nell'arco di un anno e sette mesi non potessero essere ricondotti al più ampio quadro temporale (2006-2013) in cui altre sentenze avevano già riconosciuto un medesimo disegno criminoso; inoltre ha richiamato la giurisprudenza che impone al giudice dell'esecuzione di motivare il dissenso rispetto alle valutazioni cognitive precedenti.

Norme richiamate

  • art. 671 cod. proc. pen.

    Norma richiamata quale base procedurale per la domanda di applicazione della continuazione; la Corte interpreta che il giudice dell'esecuzione, pur avendo discrezionalità, non può ignorare le valutazioni già svolte in sede di cognizione e deve motivare il diverso apprezzamento

  • Corte Costituzionale, sent. n. 183/2013

    Richiamata in relazione alla necessità di rinviare il giudizio ad una diversa composizione della Corte di appello; utilizzata per motivare la rimessione ad altro collegio

  • Giurisprudenza di questa Corte (Sez. 1, n. 54106 del 24/3/2017 e altri precedenti)

    Precedenti citati statuendo il principio per cui il giudice dell'esecuzione deve motivare il proprio dissenso rispetto alla valutazione operata dal giudice della cognizione in ordine alla sussistenza della continuazione

Massime di principio

  • Il giudice dell'esecuzione non può limitarsi ad esprimere un giudizio assertivo di non riconducibilità delle condotte a un unico disegno criminoso: se discosta dalle valutazioni già espresse in sede cognitoria, è obbligato a motivare dettagliatamente il perché del dissenso.
  • La domanda di riconoscimento della continuazione deve essere valutata tenendo conto dell'insieme delle risultanze delle sentenze già emesse; la presenza di precedenti valutazioni che riconoscono un disegno criminoso amplia l'onere motivazionale del giudice che intenda rigettare l'istanza.
  • Per riconoscere la continuazione rilevano elementi come identità di oggetto e scopo, prossimità temporale e correlazione materiale delle condotte; l'esistenza di un 'programmazione' criminosa emersa in altri provvedimenti può giustificare l'unificazione.
  • La parte che chiede l'applicazione della continuazione dovrebbe allegare e sottolineare le sentenze e le ordinanze precedenti che già hanno valutato la sussistenza di un medesimo disegno criminoso, per porre all'attenzione del giudice dell'esecuzione il quadro complessivo.
  • Se il giudice dell'esecuzione rigetta la domanda senza adeguata motivazione rispetto alle cognizioni pregresse, la decisione è vulnerabile di annullamento in cassazione e il procedimento deve essere rinviato per un nuovo esame motivato.

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