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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 46277/2022 del 07/12/2022

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione della sentenza di condanna per estorsione (art. 629 c.p.). Il ricorrente sostiene vizio di motivazione per avere la Corte d'appello fondato la condanna sulle sole dichiarazioni della persona offesa, ritenute contraddittorie; afferma di avere richiesto una somma a titolo di risarcimento per danni derivanti da frasi diffamatorie pubblicate su Facebook da Moretti (collegando la vicenda a una terza persona, Monica) e che tale richiesta sarebbe stata legittima e non estorsiva. Denuncia violazione dell'art. 629 c.p. e della presunzione di non colpevolezza (art. 27 Cost.), nonché travisamento delle risultanze istruttorie.

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che la Corte d'appello avesse fornito motivazione esaustiva: la condotta estorsiva è stata ritenuta provata sulla base del racconto della persona offesa che la Corte d'appello ha giudicato attendibile; la pretesa risarcitoria invocata dal ricorrente non era adeguatamente dimostrata (non risultava la realtà della cosiddetta Monica, l'esistenza di un danno certo, liquido ed esigibile, né elementi che giustificassero una legittima convinzione soggettiva di agire nel giusto). Per questi motivi il ricorso non ha confutato le argomentazioni del giudice di secondo grado ed è stato dichiarato inammissibile; il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di euro 3000 in favore della cassa delle ammende.

Norme richiamate

  • art. 629 cod. pen.

    La norma disciplina il reato di estorsione. La Corte ha ritenuto che la condotta descritta (minacce per ottenere 500 euro) rientrasse nella fattispecie estorsiva, non essendo dimostrata una pretesa risarcitoria lecita, certa e immediatamente esigibile che potesse giustificare la richiesta di denaro.

  • art. 27 Costituzione

    Rinvocata dal ricorrente in relazione alla presunzione di non colpevolezza. La Corte ha ritenuto che la motivazione della Corte d'appello fosse sufficiente e che la dichiarazione di responsabilità non fosse contraria al principio costituzionale, poiché la valutazione della prova e dell'attendibilità delle dichiarazioni rientra nel giudizio di merito.

Massime di principio

  • La semplice asserzione di una pretesa risarcitoria non è di per sé idonea a escludere l'estorsione: occorre provare l'esistenza di un diritto certo, liquido ed esigibile o, quanto meno, elementi che giustifichino una ragionevole convinzione soggettiva dell'agente di agire nel giusto.
  • Le dichiarazioni della persona offesa, se ritenute credibili e coerenti dal giudice, possono costituire elemento decisivo di condanna; un ricorso in Cassazione che non si confronti puntualmente con la motivazione del giudice di merito è destinato all'inammissibilità.
  • La contraddittorietà formale delle dichiarazioni della vittima deve essere valutata nel contesto complessivo delle risultanze: se il giudice di merito spiega perché ritiene attendibile il racconto, la Corte di legittimità richiede un'estrema specificità per capovolgere tale valutazione.
  • Se chi pretende un risarcimento non fornisce prove sull'esistenza di fatti o soggetti (es. l'esistenza della terza persona invocata) e sul danno subito, la richiesta può essere ricondotta a un pretesto per estorcere denaro.
  • Lavora un onere probatorio significativo su chi invoca una causa giustificatrice dell'atto estorsivo: la legittimità della pretesa deve emergere dalle prove; senza tale prova la condotta può configurare reato.

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