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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 2678/2023 del 23/01/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

I ricorrenti impugnano la sentenza di appello che aveva confermato le condanne inflitte in primo grado. Motivi principali: (1) violazione e errata applicazione dell'art. 500, comma 4, c.p.p., con contestazione dell'acquisizione delle dichiarazioni predibattimentali della persona offesa (ATTARDI) per presunta mancanza di elementi concreti di intimidazione, tardività dell'acquisizione e illegittima acquisizione di intercettazioni; (2) manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione sulla attendibilità della persona offesa, con rilievo di possibile astio personale verso VIZZINI e assenza di riscontri esterni univoci; (3) (a cura di VIZZINI) violazione dell'art. 192 c.p.p. e insufficienza degli elementi per ritenere provata la sua partecipazione alla rapina (ricostruzione congetturale, elementi indiziari generici quali scarpe e somiglianze tra autovetture, incompatibilità temporale e riscontri negativi).

La decisione

La Corte di Cassazione ha ritenuto i ricorsi manifestamente infondati e ne ha dichiarato l'inammissibilità/rigetto. Ha confermato la correttezza della valutazione dei giudici di merito (tribunale e corte d'appello, integrate in una "doppia conforme"): l'applicazione dell'art. 500, comma 4, c.p.p. è stata considerata legittima (gli "elementi concreti" possono essere anche circostanze sintomatiche di intimidazione e non necessariamente atti di violenza espliciti; la detenzione degli imputati non esclude la capacità intimidatoria; le intercettazioni sono state acquisite regolarmente a seguito di perizia; la riserva del Tribunale sull'acquisizione è stata esercitata tempestivamente); la valutazione della attendibilità della persona offesa è stata ritenuta logica, congrua e supportata da riscontri esterni (conversazioni intercettate), perciò non sindacabile in sede di legittimità salvo manifeste contraddizioni inesistenti nel caso; le censure di VIZZINI in ordine alla rapina sono da ascrivere a mera rivalutazione dei fatti e non dimostrano errori logicoprocessuali tali da giustificare intervento di legittimità. Conseguentemente i provvedimenti di condanna restano confermati (RIZZA: anni 7 e mesi 4 di reclusione e euro 2.700,00 di multa; VIZZINI: anni 3 e mesi 4 di reclusione e euro 1.200,00 di multa). I ricorrenti sono condannati alle spese e a pagare una somma a titolo di ammenda a favore della cassa delle ammende ai sensi dell'art. 616 c.p.p.

Norme richiamate

  • art. 500, comma 4, cod. proc. pen.

    La Corte ha interpretato che per acquisire al dibattimento dichiarazioni predibattimentali basandosi su questo comma non è necessario dimostrare atti di violenza o minaccia in senso stretto; sono sufficienti "elementi concreti" desumibili anche da circostanze sintomatiche emerse nel dibattimento (discrepanza tra dichiarazioni e minacce telefoniche riferite dalla persona offesa). La detenzione degli imputati non esclude in radice l'effetto intimidatorio delle condotte rilevate.

  • art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. pen.

    Le censure di violazione di norme processuali e di manifesta illogicità/contraddittorietà della motivazione sono gli strumenti di impugnazione in cassazione; la Corte ricorda i limiti del sindacato di legittimità (non è ammessa una rivalutazione dei fatti o della attendibilità delle prove salvo macroscopiche incongruenze).

  • art. 192, cod. proc. pen.

    Invocato dal ricorrente per contestare la valutazione dell'elemento soggettivo/collegamento probatorio nella rapina, è stato considerato materia di merito: la Corte di Cassazione non è entrata nel merito della ricostruzione fattuale, ritenendo che i giudici di merito abbiano adottato una motivazione logica e congrua.

  • art. 616, cod. proc. pen.

    Norma che consente la condanna alle spese del procedimento e l'irrogazione di una somma alla cassa delle ammende quando il ricorso è inammissibile; applicata dalla Corte a carico dei ricorrenti, con determinazione equitativa dell'importo.

Massime di principio

  • In Cassazione non si può ottenere la riforma di una decisione semplicemente proponendo una diversa lettura dei fatti o della credibilità delle prove: il sindacato è limitato alla verifica di violazioni di diritto o di manifeste contraddizioni o illogicità nella motivazione.
  • Ai fini dell'acquisizione di dichiarazioni predibattimentali ai sensi dell'art. 500, comma 4, c.p.p., gli "elementi concreti" idonei a far ritenere l'intimidazione possono essere anche circostanze sintomatiche (es. minacce telefoniche riferite dalla vittima, nette discrepanze tra dichiarazioni), non esclusivamente prove di violenze fisiche.
  • La detenzione dei presunti responsabili non esclude in assoluto la rilevanza intimidatoria di condotte o di minacce: la valutazione spetta al giudice di merito e può fondarsi su elementi indiretti.
  • Le dichiarazioni della persona offesa, anche se acquisite ai sensi dell'art. 500, possono costituire prova esclusiva e determinante se sottoposte a un vaglio di credibilità più rigoroso e se corroborate da riscontri esterni credibili (es. intercettazioni).
  • Per contestare la prova indiziaria è necessario mostrare vizi logici o contraddizioni evidenti nella motivazione; semplici osservazioni sull'insufficienza o sulla genericità degli indizi, senza dimostrare errori logico-giuridici, non sono idonee in sede di legittimità.
  • La tempestività e la correttezza formale delle acquisizioni probatorie (es. riserva del giudice poi sciolta in udienza, acquisizione di intercettazioni a seguito di perizia) sono elementi che rafforzano la legittimità dell'utilizzo probatorio e neutralizzano censure sulla tardività o legittimità dell'acquisizione.

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