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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 38254/2025 del 25/11/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il ricorso è stato proposto avverso l'assoluzione pronunciata dal Tribunale di Avezzano per il reato di cui all'art. 336 c.p.. Il Pubblico Ministero ha censurato la sentenza per violazione di legge e vizi di motivazione, sostenendo che il Tribunale non ha adeguatamente valutato la portata minacciosa delle frasi proferite dall'imputato, che avrebbero rappresentato una minaccia concreta verso il pubblico ufficiale. In particolare l'imputato si sarebbe rivolto al Maresciallo con le espressioni: "Tu non ti devi permettere più, altrimenti ci penso io. A te ci penso io. Ti farò passare gli ultimi giorni della tua vita più brutti. So dove abiti, quindi a te ci penso io". La difesa di Lastella ha depositato memorie chiedendo il rigetto del ricorso, confermando la tesi del Tribunale che le frasi erano un "incauto sfogo" e non manifestavano una minaccia penalmente rilevante.

La decisione

La Corte di Cassazione ha ritenuto il ricorso fondato; ha censurato la motivazione del Tribunale come apodittica e manifestamente illogica per non aver spiegato perché le frasi non fossero dotate di una valenza minatoria idonea a coartare la volontà del pubblico ufficiale. Ha quindi annullato la sentenza impugnata e disposto il rinvio per nuovo giudizio al Tribunale di Avezzano, invitando il giudice di merito a valutare nuovamente, con adeguata motivazione, la concreta idoneità minacciosa delle espressioni contestate.

Norme richiamate

  • art. 336 cod. pen.

    La norma punisce le minacce a pubblico ufficiale; la sua interpretazione richiede che la condotta abbia effettiva potenzialità di coartare la volontà del pubblico ufficiale nell'esercizio dei suoi doveri. Non sono sufficienti espressioni generiche di ostilità prive di prospettazione di un danno ingiusto concreto.

  • Giurisprudenza di legittimità (segnalata in sentenza)

    Sez. 6, n. 2104 del 16/12/2021; Sez. 6, n. 20320 del 07/05/2015; Sez. 6, n. 6164 del 10/01/2011

    La giurisprudenza richiede una valutazione ex ante della capacità coattiva della minaccia e distingue tra minacce concrete, che prospettano un danno ingiusto specifico, e semplici sfoghi o espressioni di risentimento non idonee a integrare il reato.

Massime di principio

  • Per integrare il reato di minaccia a pubblico ufficiale (art. 336 c.p.) è necessario che le parole o i comportamenti abbiano una reale potenzialità di coartare la volontà del pubblico ufficiale nell'adempimento dei suoi compiti, non bastano espressioni generiche di ostilità.
  • Il giudice di merito deve motivare espressamente, con valutazione ex ante, perché una determinata espressione non sia idonea a intimorire il pubblico ufficiale; la mera affermazione che si tratti di un "sfogo" senza spiegazioni è insufficiente.
  • Elementi come la specificità delle minacce (es. prospettazione di danni futuri concreti), la menzione dell'abitazione della vittima o altre circostanze che aumentano la credibilità della minaccia vanno considerati come indici rilevanti ai fini della configurabilità del reato.
  • In caso di motivazione carente o contraddittoria da parte del giudice di merito, la Corte di Cassazione può annullare con rinvio per un nuovo esame che colmi i vizi istruttori o motivazionali.
  • Nelle valutazioni probatorie occorre sempre distinguere tra l'intenzione soggettiva dell'agente (risentimento, rabbia) e l'idoneità oggettiva della condotta a cagionare paura o condizionare l'attività del pubblico ufficiale.

Testo integrale

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