Cassazione Penale, Sentenza n. 30210/2026 del 07/08/2026
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeEsito
Favorevole al resistente (pubblico ministero)
La controversia
La Corte di appello di Napoli, decidendo su accordo delle parti ai sensi dell’art. 599-bis c.p.p., aveva rideterminato la pena inflitta all’imputata. La difesa ha proposto ricorso per cassazione deducendo violazione di legge ex art. 606, comma 1, lett. b), c.p.p. in relazione agli artt. 28 e 29 c.p., sostenendo che la pena finale, fissata in anni 5 di reclusione, avrebbe dovuto escludere l’applicazione della pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, già comminata in primo grado. In sostanza, si contesta la legalità della pena accessoria dopo la rimodulazione della pena principale in appello.
La decisione
La Corte ha ritenuto il ricorso manifestamente infondato e lo ha dichiarato inammissibile. Ha osservato che la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici è legale perché, ai sensi dell’art. 29 c.p., si applica quando la condanna è a pena non inferiore a cinque anni di reclusione. Ha inoltre chiarito che, nel determinare la durata della pena accessoria, occorre avere riguardo alla pena base inflitta per il reato più grave, e non alla pena complessiva risultante da eventuali aumenti. Conseguentemente, poiché la pena base era pari ad anni 5 di reclusione, correttamente la pena accessoria è stata mantenuta. Alla declaratoria di inammissibilità è seguita la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e di euro 3.000 alla Cassa delle ammende.
Norme richiamate
art. 599-bis c.p.p.
La sentenza di patteggiamento in appello è stata pronunciata su accordo delle parti; la statuizione sulla pena accessoria, essendo sottratta all'accordo, è deducibile in cassazione se illegale.
art. 448, comma 2-bis, c.p.p.
La limitazione all'impugnazione non riguarda la deducibilità dell'illegalità della pena accessoria, che resta censurabile in cassazione.
art. 606, comma 1, lett. b), c.p.p.
È il parametro della dedotta violazione di legge invocata dalla difesa per contestare la pena accessoria.
art. 28 c.p.
Richiamato dalla difesa in relazione alla disciplina delle pene accessorie, senza che la Corte ravvisi una violazione.
art. 29 c.p.
Stabilisce che l'interdizione dai pubblici uffici è perpetua quando la condanna è a pena non inferiore a cinque anni di reclusione; nel caso concreto tale soglia risultava raggiunta.
art. 616 c.p.p.
Sulla base di questa norma la Corte ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 3.000 in favore della Cassa delle ammende.
Massime di principio
- Nel giudizio di legittimità è deducibile l'illegalità della pena accessoria contenuta in una sentenza ex art. 599-bis c.p.p., poiché la relativa statuizione non è coperta dall'accordo tra le parti.
- La pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici va commisurata avendo riguardo alla pena base inflitta per il reato più grave, e non alla pena complessiva risultante da aumenti per continuazione o da altri incrementi.
- L'interdizione perpetua dai pubblici uffici è legale quando la condanna principale raggiunge almeno cinque anni di reclusione; sotto tale soglia opera la diversa durata prevista dalla legge.
- Quando il ricorso si fonda su un presunto errore nella pena accessoria ma la pena principale rientra nel parametro legale che la giustifica, il motivo è manifestamente infondato e il ricorso è dichiarato inammissibile.
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