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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 24879/2022 del 28/06/2022

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

La ricorrente era stata dichiarata colpevole in primo grado per diffamazione per un servizio televisivo trasmesso su "Studio Aperto" (Italia Uno, 28/05/2008), nel quale aveva affermato che 25 ordinanze di custodia cautelare erano "già pronte a gennaio" ma sarebbero state "applicate solo dopo quattro mesi", collegando la tempistica alla pubblicazione del decreto legge sui rifiuti e alla nomina di Bertolaso, con chiaro riferimento alla Procura di Napoli. I fatti contestati consistono nell'attribuire ai pubblici ministeri un ritardo volontario nell'esecuzione delle ordinanze e finalità politiche. In Cassazione la difesa ha dedotto: (i) contraddittorietà e illogicità della motivazione che avrebbe travisato il contenuto del servizio (distinzione tra "applicate" e "eseguite", e mancanza di identificazione precisa dei destinatari dell'offesa), e (ii) violazione del diritto di cronaca perché la vicenda era di dominio pubblico e riportata anche da altri organi di informazione.

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato la ricostruzione dei giudici di merito secondo cui la notizia trasmessa era falsa: i P.M. avevano depositato la richiesta di ordinanza il 23/01/2008, il GIP l'aveva emessa il 22/05/2008 e l'ordinanza era stata trasmessa ed eseguita il 26/05/2008, dunque l'affermazione che l'ordinanza fosse rimasta "non eseguita" per quattro mesi era inesatta e lesiva. La Corte ha rilevato che il termine "applicate" nel contesto era chiaramente riferibile all'atto conclusivo (esecuzione) e che il servizio attribuiva ai P.M. condotte disciplinarmente e penalmente illecite e finalità politiche. Ha escluso la scriminante del diritto di cronaca/critica perché il giornalista non aveva verificato adeguatamente la fondatezza del fatto e l'accostamento di notizie aveva creato un nuovo significato lesivo. Conseguenze: inammissibilità del ricorso, condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, al versamento di Euro 3.000,00 alla Cassa delle ammende e al rimborso alle parti civili di Euro 3.420,00 oltre accessori di legge.

Norme richiamate

  • art. 23, comma 8, d.l. n.137/2020 (conv. legge n.176/2020)

    Il ricorso è stato trattato, ai sensi dell'art. 23, comma 8, d.l. n. 137 del 2020, convertito dalla legge 18 dicembre 2020, n.176, senza l'intervento delle parti

    La disposizione ha consentito la trattazione del ricorso senza udienza con la mera conclusione scritta delle parti; richiamata per motivare il rito adottato in Cassazione

  • art. 92 disposizioni di attuazione del codice di rito (c.p.p. - disposizioni di attuazione)

    una volta depositata, l'ordinanza che applica misure cautelari debba essere immediatamente trasmessa all'organo che deve provvedere all'esecuzione ovvero, nel corso delle indagini preliminari, al Pubblico Ministero che ne ha fatto richiesta, il quale ne cura l'esecuzione

    La Corte ha interpretato questa norma nel senso che il P.M. non può ritardare l'esecuzione dell'ordinanza: l'attribuire ai P.M. un ritardo volontario di quattro mesi equivarrebbe ad accusarli di violazione di legge e di comportamento illecito

  • art. 51 cod. pen. (diritto di critica/cronaca - scriminanti)

    Richiamata per valutare se fosse configurabile la scriminante del diritto di critica/cronaca; la Corte ha ritenuto che, pur potendo la critica non richiedere dati puntuali, il nucleo essenziale dei fatti non doveva essere travisato e che l'onere di verifica grava sul giornalista

  • art. 606 cod. proc. pen.

    Richiamato per gli effetti processuali dell'inammissibilità del ricorso (conseguente condanna alle spese ai sensi di legge)

Massime di principio

  • Quando un giornalista riferisce la tempistica di atti giudiziari (richieste, ordinanze, esecuzioni) deve verificare i passaggi procedurali primari: data deposito della richiesta, data di emissione dell'ordinanza e data di trasmissione/esecuzione; errori su tali date possono trasformare una critica in un'accusa diffamatoria.
  • L'uso di vocaboli come "applicate", "eseguite" o simili deve essere valutato nel contesto: se il contesto fa apparire che si intende l'effettiva esecuzione, l'affermazione può essere riferita ai destinatari dell'esecuzione (es. Pubblico Ministero) e determinare responsabilità se falsa.
  • La semplice ripetizione o pubblicazione da parte di altri media non scrimina il giornalista: l'onere di verifica delle fonti grava sul professionista che, in caso di notizia potenzialmente lesiva, deve accertarne l'attendibilità dalle fonti primarie.
  • L'accostamento fra fatti veri può creare un "nuovo significato" lesivo se implica intenzioni o censure non dimostrate; il giornalista può fare confronti solo se non producono un'interpretazione aggiuntiva che travisa i fatti.
  • Se la persona offesa è identificabile (anche mediante nomi o elementi che la rendono individuabile), la responsabilità per diffamazione è più agevole da configurare; dunque evitare espressioni che implichino condotte illecite di persone identificabili senza prove.
  • Per minimizzare il rischio: usare formule di incertezza, citare fonti primarie, indicare che si tratta di dubbi/commenti e non di fatti accertati, ed evitare di attribuire motivazioni o finalità politiche a comportamenti di funzionari pubblici senza riscontri documentali.

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