Cassazione Penale, Sentenza n. 41736/2023 del 13/10/2023
Sintesi
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Favorevole al resistente
La controversia
Impugnazione della sentenza di appello che aveva confermato la condanna per tentativo di furto in luogo di privata dimora con aggravanti (minorata difesa, ora notturna, violenza sulle cose) e recidiva, chiedendo il riconoscimento della desistenza volontaria ex art. 56 c.p. (o, in subordine, una maggiore riduzione della pena per il tentativo). Il ricorrente deduceva erronea applicazione dell'art. 56 c.p., vizio di motivazione per esclusione della desistenza e contraddittorietà nella valutazione della riduzione di pena operata dalla Corte d'appello
La decisione
Il ricorso per cassazione è stato dichiarato inammissibile. La Corte di Cassazione ha ritenuto manifestamente infondati i primi due motivi, ribadendo il principio secondo cui la desistenza volontaria è configurabile solo nella fase del tentativo incompiuto e non una volta compiuti atti idonei a porre in essere il meccanismo causale dell'evento; in tali ipotesi può operare, al massimo, la diminuzione per il cosiddetto recesso attivo se l'agente ha tenuto una condotta attiva idonea a scongiurare l'evento. Quanto al terzo motivo, la Corte ha ritenuto che si trattasse di una censura sulle valutazioni di merito in tema di trattamento sanzionatorio, che non giustifica la cassazione per vizio di motivazione. Per legge (art. 616 c.p.p.) la dichiarazione di inammissibilità ha comportato la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, essendo l'inammissibilità imputabile a profili di colpa del ricorso, al versamento di euro 3000,00 in favore della Cassa delle Ammende
Norme richiamate
art. 56 cod. pen. (desistenza)
La Corte interpreta l'art. 56 cod. pen. nel senso che la desistenza volontaria è applicabile solo nella fase del tentativo incompiuto; una volta che siano stati compiuti atti idonei a dar avvio al meccanismo causale dell'evento la desistenza non è più configurabile, al più si può riconoscere la diminuente del recesso attivo se l'agente ha svolto un comportamento attivo idoneo a impedire l'evento
art. 616 cod. proc. pen.
Applicazione automatica della sanzione processuale prevista per l'inammissibilità del ricorso (condanna alle spese processuali e misura da versare alla Cassa delle Ammende), nei limiti e secondo i criteri di legge
Corte Costituzionale, sent. n. 186 del 7-13 giugno 2000 (giurisprudenza)
Richiamata dalla Corte di Cassazione quale principio che legittima l'imposizione di una somma a favore della Cassa delle Ammende quando l'inammissibilità del ricorso dipenda da profili di colpa del ricorrente
Massime di principio
- La desistenza volontaria (art. 56 c.p.) si applica soltanto se l'agente si arresta nella fase del tentativo ancora incompiuto: se sono già stati compiuti atti idonei a realizzare il reato, non è possibile una qualificazione come desistenza
- Se l'agente, pur avendo compiuto atti diretti a commettere il reato, poi svolge una condotta attiva che impedisce l'evento, può essere riconosciuta la diminuente per recesso attivo, diversa dalla desistenza
- Le valutazioni del giudice di merito in ordine alla configurazione del tentativo, delle circostanze e al trattamento sanzionatorio hanno ampia discrezionalità e la Cassazione interviene solo per vizio di diritto o grave contraddittorietà nella motivazione
- Il ricorso per cassazione non può basarsi su una mera rivalutazione prognostica o fattuale: per censurare la mancata applicazione della desistenza è necessario dimostrare che la condotta dell'agente non aveva ancora concretizzato il meccanismo causale dell'evento
- Un ricorso manifestamente infondato o reso in modo colpevole può essere dichiarato inammissibile e comportare condanna alle spese e pagamento di una somma alla Cassa delle Ammende
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