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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 18128/2025 del 14/05/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente ha impugnato in Cassazione la sentenza di condanna per violazione dell'art. 73, comma 5, del d.P.R. n. 309/1990, deducendo la violazione del diritto di difesa per mancata traduzione della sentenza di primo grado in una lingua a lui conosciuta. Ha censurato la decisione della Corte territoriale che aveva ritenuto che egli conoscesse la lingua italiana sulla base del rilascio di procura al difensore e dell'esercizio dell'appello.

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto corretta la valutazione della Corte di appello secondo cui non vi erano elementi per presumere l'ignoranza dell'italiano da parte dell'imputato, posto che la difesa aveva regolarmente appellato la sentenza e rilasciato procura. La Suprema Corte ha richiamato il principio giurisprudenziale secondo cui l'imputato alloglotto che lamenta la mancata traduzione deve indicare un interesse concreto, attuale e verificabile e non basta un pregiudizio astratto. Poiché il ricorrente non ha specificato quale concreto vulnus al diritto di difesa gli fosse derivato dalla mancata traduzione, il ricorso è stato dichiarato inammissibile; il ricorrente è stato condannato alle spese processuali e al pagamento di euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende ai sensi dell'art. 616 c.p.p.

Norme richiamate

  • d.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5

    d.P.R. n. 309/1990, art. 73, comma 5

    Norma sostanziale: contestata la detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio (nel caso 8 g di cocaina e 15 g di marijuana).

  • art. 616 cod. proc. pen.

    Norma procedurale richiamata per le conseguenze della inammissibilità del ricorso (condanna alle spese e alla somma a favore della Cassa delle ammende).

  • Cass. Sez. VI, 11 luglio 2024, n. 24730

    Cass. Sez. VI, 11/07/2024, n. 24730

    Orientamento che, nella versione più rigorosa, ritiene che i termini per impugnare decorrano, se richiesta traduzione, dal momento in cui l'imputato ha effettiva conoscenza della sentenza tradotta nella lingua a lui nota.

  • Cass. Sez. I, 3 dicembre 2024, n. 44251

    Cass. Sez. I, 03/12/2024, n. 44251

    Principio secondo cui l'imputato alloglotto che si duole della mancata traduzione ha l'onere di indicare un interesse concreto, attuale e verificabile; non è sufficiente l'allegazione di un pregiudizio astratto o potenziale.

Massime di principio

  • La mera mancata traduzione della sentenza non determina automaticamente la nullità: l'imputato deve indicare il concreto pregiudizio subito per il diritto di difesa.
  • Se l'imputato ha effettivamente esercitato attività processuali (es. rilascio di procura, proposizione di appello), il giudice può desumere la conoscenza della lingua italiana, salvo prova contraria.
  • Quando sia stata richiesta specificamente la traduzione, termini e modalità di impugnazione possono decorrere dalla conoscenza effettiva del contenuto tradotto; la giurisprudenza oscilla tra tesi più rigorose e tesi che pongono l'onere probatorio sul ricorrente.
  • In sede di impugnazione in Cassazione è necessario motivare in modo specifico e dimostrare l'esistenza di un vulnus concreto al diritto di difesa derivante dalla mancata traduzione, altrimenti il ricorso rischia di essere dichiarato inammissibile e di comportare condanna alle spese e sanzioni.
  • È consigliabile, in casi di presunta scarsa conoscenza della lingua italiana, chiedere espressamente e tempestivamente la traduzione degli atti e documentare la propria ignoranza della lingua (per evitare che la partecipazione processuale sia intesa come conoscenza).

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