Cassazione Penale, Sentenza n. 40771/2025 del 18/12/2025
Sintesi
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Favorevole al ricorrente
La controversia
Il Procuratore generale ha impugnato la riqualificazione operata dalla Corte d'appello di Catanzaro che aveva trasformato il capo 1 (tentato omicidio contestato in primo grado) in lesioni personali gravi aggravate dall'uso di un'arma. Il motivo principale è la violazione di legge con riferimento agli artt. 56 cod. pen. (desistenza/tentativo) e 192 cod. proc. pen.: si contesta che la Corte di appello abbia basato la derubricazione soltanto su due elementi (le minacce successive all'aggressione e l'interruzione dell'azione nonostante la vittima fosse ancora in vita), omettendo una valutazione globale e ex ante di tutti gli indicatori sintomatici del dolo omicidiario (mezzo usato, reiterazione dei colpi, parti del corpo colpite, gravità delle lesioni, dinamica, età e condizioni della vittima, superiorità numerica, motivi del litigio). Il Procuratore sostiene che, alla luce delle modalità dell'aggressione (estrazione violenta dalla vettura, colpi con bastone al capo, plurimi calci e pugni anche quando la vittima era a terra, prognosi inizialmente riservata), la condotta era idonea e diretta a cagionare la morte e che la Corte d'appello ha erroneamente valutato ex post la mancata volontà di uccidere.
La decisione
La Corte di legittimità ha accolto il ricorso del Procuratore generale, ritenendolo fondato. Ha censurato la motivazione della Corte d'appello per incompletezza e carenza, osservando che l'accertamento dell'animus necandi va fatto ex ante e con valutazione globale degli indicatori del dolo di omicidio (mezzo, reiterazione, parti colpite, gravità delle lesioni, dinamica, ecc.). Ha ricordato che la desistenza è configurabile solo nel tentativo incompiuto e non quando l'azione si è già perfezionata. Per questi motivi ha annullato l'ordinanza impugnata e ha disposto il rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d'appello di Catanzaro, demandando al giudice del rinvio anche la regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità. Ha inoltre disposto che, in caso di diffusione del provvedimento, siano omessi dati identificativi conformemente all'art. 52 d.lgs. 30/06/2003 n.196 (norma citata nel provvedimento).
Norme richiamate
art. 56 cod. pen.
La Corte osserva che la desistenza volontaria (art. 56 comma 3) è applicabile solo al tentativo incompiuto; non può essere dedotta quando gli atti compiuti hanno già integrato il tentativo compiuto. L'assenza di animus necandi non può essere desunta ex post dall'interruzione dell'azione quando l'azione era già idonea ex ante a cagionare la morte.
art. 192 cod. proc. pen.
Censura riferita alla violazione delle regole probatorie e di motivazione: la Corte d'appello non ha svolto una compiuta analisi probatoria e motivazionale richiesta dalla normativa processuale, omettendo di valutare globalmente gli elementi del fatto.
art. 575 cod. pen.
Norma che punisce l'omicidio; richiamata perché il capo 1 era stato originariamente qualificato come tentato omicidio in primo grado. La Corte di legittimità richiama i criteri per distinguere tentato omicidio da lesioni.
art. 582, art. 583, art. 585 cod. pen.
Norme relative alle lesioni personali (compreso il fatto che la Corte d'appello ha riqualificato il reato secondo tali disposizioni). La Corte di legittimità ha ritenuto che la riqualificazione fosse motivata in modo insufficiente e debba essere riconsiderata alla luce degli indicatori del dolo omicidiario.
art. 61 comma 1 n. 2 cod. pen.
Aggravante richiamata nella contestazione per valutare l'entità della pena; la Corte di appello aveva ritenuto equivalenti aggravanti e attenuanti nel rideterminare la pena.
art. 110 cod. pen.
Concorso di persone nel reato: la dinamica congiunta degli aggressori e la superiorità numerica sono elementi rilevanti per la valutazione dell'idoneità dell'azione a cagionare la morte.
art. 612 comma 2 cod. pen.
Riguarda le minacce aggravate; il provvedimento osserva che le minacce profferite dopo l'aggressione non possono, da sole, escludere il dolo omicidiario relativo all'aggressione già compiuta.
Massime di principio
- La sussistenza dell'animus necandi nel tentato omicidio si valuta ex ante: l'idoneità dell'azione va apprezzata in base alle condizioni prevedibili al momento della condotta, non sugli esiti successivi.
- Indicatori rilevanti per qualificare un'aggressione come tentato omicidio includono: mezzo usato (arma o strumenti atti a causare morte), reiterazione dei colpi, parti del corpo colpite (testa/torace), gravità delle lesioni e prognosi, dinamica dell'azione (trascinamento, superiorità numerica), e contesto/antecedenti di odio o rancore.
- La desistenza volontaria è configurabile solo nel tentativo incompiuto; se gli atti posti in essere hanno già determinato il meccanismo causale del risultato, non è possibile dedurre desistenza dall'interruzione successiva dell'azione.
- Le minacce rese dopo la commissione dell'aggressione non escludono automaticamente il dolo omicidiario; vanno valutate separatamente e non possono sostituire l'analisi delle condotte materiali dell'aggressione.
- Il dolo alternativo (volere indifferentemente eventi alternativi come lesioni o morte) è compatibile con il tentato omicidio e va considerato quando l'agente prevedeva e accettava come possibili entrambi gli esiti.
- La Corte d'appello deve motivare in modo completo e unitario, esaminando tutti gli elementi sintomatici rilevanti: una motivazione basata su argomenti ex post o su elementi parziali è insufficiente e può portare all'annullamento e al rinvio.
- In presenza di plurime persone che agiscono congiuntamente, la valutazione della pericolosità dell'azione deve tener conto della superiorità numerica e del coordinamento tra i correi.
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