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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 24886/2022 del 28/06/2022

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

La parte civile (Roberto Buono) ha impugnato la sentenza del Tribunale di Modena che aveva confermato l'assoluzione dell'imputata Marisa Bruno dal reato di percosse. Il ricorso denunciava errata applicazione dell'art. 581 c.p. e vizi di motivazione, sostenendo che dal file audio prodotto dalla difesa emergerebbe che l'imputata avrebbe effettivamente colpito l'ex convivente al collo, cagionandogli un rossore refertato al Pronto soccorso, e che, sotto il profilo soggettivo, sarebbe ravvisabile un "dolo d'impeto" che renderebbe infondata l'assoluzione per difetto dell'elemento soggettivo.

La decisione

Il difensore della ricorrente ha successivamente rinunciato al ricorso (dichiarazione del 2 maggio 2022). La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse ai sensi dell'art. 591, comma 1, lett. D) c.p.p. Inoltre, è stato precisato che alla dichiarazione di inammissibilità non consegue la condanna alle spese e al versamento in favore della cassa delle ammende, richiamando consolidata giurisprudenza di questa Corte.

Norme richiamate

  • art. 581 cod. pen.

    Norma richiamata dal ricorrente come centrale per la fattispecie di percosse; dalla sentenza impugnata il Tribunale avrebbe ritenuto carente l'elemento soggettivo necessario per la condanna ai sensi di tale disposizione.

  • art. 23, comma 8, dl. 28 ottobre 2020, n. 137

    Richiamato in relazione allo svolgimento dell'udienza (norme emergenziali sul processo telematico/udienze da remoto); non incide sul merito ma sul procedimento di svolgimento dell'udienza.

  • art. 591, comma 1, lett. D) cod. proc. pen.

    La Corte interpreta la norma nel senso che la rinuncia al ricorso da parte dell'avvocato costituisce causa sopravvenuta di inammissibilità per carenza di interesse, con conseguente declaratoria di inammissibilità.

  • Giurisprudenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (richiamata)

    Sez. Un. n. 7 del 25/07/1997, Rv. 208166; Sez. Un. 31524 del 14/07/2004, Rv. 228168; Sez. 1 n. 11302 del 19/09/2017, Rv. 272308; Sez. 5 n. 44790 del 21/10/2021

    Principio secondo cui, ove la dichiarazione di inammissibilità derivi da rinuncia del ricorrente e non vi sia una sostanziale soccombenza dello stesso, non si applica automaticamente la condanna al pagamento delle spese processuali né il versamento alla cassa delle ammende.

Massime di principio

  • La rinuncia al gravame da parte del ricorrente determina in genere l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse ai sensi dell'art. 591 c.p.p.; pertanto, prima di rinunciare occorre valutare le conseguenze processuali e gli interessi sostanziali del cliente.
  • La declaratoria di inammissibilità dovuta a rinuncia non comporta automaticamente condanna alle spese o obbligo di versamento alla cassa delle ammende quando manca una sostanziale soccombenza del ricorrente, secondo la giurisprudenza delle Sezioni Unite.
  • Nel reato di percosse (art. 581 c.p.) l'accertamento del dolo, inclusa la nozione di "dolo d'impeto", richiede valutazione complessiva del materiale probatorio: elementi audio/video possono essere rilevanti ma devono essere contestualizzati e confrontati con altre prove e con le dichiarazioni testimoniali.
  • L'errore di valutazione sull'elemento soggettivo (es. ritenere assente il dolo) può essere rimesso al sindacato di legittimità solo se emergono vizi di motivazione manifesti o violazioni di legge; tuttavia, se il ricorrente rinuncia, il merito non verrà esaminato.

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