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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 596/2023 del 11/01/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

I ricorrenti impugnavano la conferma della condanna per concorso nel tentativo di furto in abitazione aggravato dalla violenza sulle cose e con recidiva qualificata. I tre motivi di ricorso erano: 1) esclusione della desistenza volontaria (art. 56, comma 3 c.p.), sostenendo che l'interruzione dell'azione fosse frutto di scelta volontaria; 2) contestazione della qualificazione dello studio professionale come "privata dimora" ai fini dell'art. 624-bis c.p., chiedendo la riqualificazione in tentato furto semplice; 3) censure sul trattamento sanzionatorio, con richiesta di esclusione della recidiva e di prevalenza delle attenuanti generiche.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi. Sul primo punto ha ritenuto che la desistenza volontaria non si applica ai reati di danno a forma libera una volta compiuti atti idonei diretti in modo non equivoco alla realizzazione del reato; nel caso di specie gli imputati si erano introdotti nello studio con violenza sulle cose e avevano posto in essere atti idonei, inoltre la loro condotta non fu libera ma condizionata dalla presenza del vicino (tentativo di ostacolare la vista sullo spioncino). Sul secondo punto ha confermato la qualificazione dello studio professionale quale "privata dimora" alla luce dei criteri delle Sezioni Unite (ius excludendi alios, accesso non indiscriminato, presenza costante del titolare) e della successiva giurisprudenza che ammessa l'assimilazione in casi analoghi; l'orario (circa le 19:00) rafforza tale valutazione. Sul terzo punto ha ritenuto adeguata la motivazione della Corte di merito sulla recidiva (modus operandi e strumenti indicativi di professionalità) e corretta la valutazione sul confronto delle circostanze attenuanti/agggravanti, spettante in via principale al giudice di merito. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.

Norme richiamate

  • art. 56, comma 3, cod. pen. (desistenza volontaria)

    La Corte ricorda che la desistenza volontaria nei reati a forma libera è configurabile solo nella fase del tentativo incompiuto, ossia prima che siano stati compiuti atti idonei a porre in moto il processo causale diretto alla realizzazione dell'evento; nel caso concreto tali atti erano già stati posti in essere.

  • art. 624-bis cod. pen. (furto in abitazione)

    La nozione di "privata dimora" richiede che il luogo sia destinato non occasionalmente ad atti della vita privata, non sia aperto al pubblico e sia accessibile solo con il consenso del titolare; uno studio professionale può rientrare nella nozione se sussistono lo ius excludendi alios, l'accesso non indiscriminato e la presenza costante del titolare.

  • art. 69, comma 4, cod. pen. (divieto di bilanciamento in prevalenza delle attenuanti generiche)

    Il divieto di bilanciamento in prevalenza delle attenuanti generiche è richiamato, ma la Corte osserva che qui, confermata la recidiva qualificata, il giudizio comparativo delle circostanze rimane discrezionale e adeguatamente motivato dal giudice di merito.

  • Sez. U., sent. n. 31345/2017 (D'Amico)

    Principio richiamato sulla nozione rigorosa di "privata dimora": luoghi destinati non occasionalmente ad atti della vita privata e non aperti al pubblico; la Corte applica e integra tale principio con successiva giurisprudenza che consente l'assimilazione di alcuni studi professionali.

  • Giurisprudenza successiva (es. Sez. 5, n. 34475/2018 Tako; Sez. 5, n. 50079/2017 Mayer)

    Tali pronunce chiariscono che, anche dopo D'Amico, in presenza dei requisiti (ius excludendi, accesso non indiscriminato, presenza costante), lo studio professionale può essere qualificato come privata dimora ai fini dell'art. 624-bis; inoltre la giurisprudenza distingue la desistenza volontaria nei casi di tentativo incompiuto.

Massime di principio

  • La desistenza volontaria ex art. 56 cod. pen. è esclusa se sono già stati compiuti atti idonei e diretti inequivocabilmente alla consumazione del reato; l'intervento o la reazione di terzi non trasforma automaticamente la condotta in desistenza volontaria.
  • La qualificazione di uno studio professionale come "privata dimora" ai fini dell'art. 624-bis richiede verifica dello ius excludendi alios, dell'assenza di accesso indiscriminato al pubblico e della destinazione non occasionale alla permanenza: in presenza di questi elementi, anche un locale adibito ad attività professionale può essere assimilato alla privata dimora.
  • La valutazione della recidiva e del confronto tra attenuanti e aggravanti è prevalentemente di merito; la Cassazione sindaca la motivazione solo se manca o è illogica o arbitraria. Il mero richiamo alla recidiva, se adeguatamente argomentato con riferimento a modus operandi e strumenti, giustifica il trattamento sanzionatorio.
  • Le ammissioni degli imputati (es. durante l'interrogatorio di garanzia) hanno forte rilevanza probatoria e rendono più difficoltosa la cura di questioni puramente probatorie in sede di legittimità.
  • Quando si impugna la qualificazione del luogo del reato, è utile produrre elementi concreti sulla fruizione del locale (orari di apertura, modalità di accesso, presenza o meno di barriere d'accesso, abitualità di permanenza del titolare) per contrastare l'assimilazione alla privata dimora.

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