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Sentenza

Sentenza n. 7669/2026 - Consiglio Di Stato, Sezione 7

Giustizia amministrativa202507860

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale
Consiglio di Stato, Sez. VIISentenzaaltro

Atto impugnato: sentenza del Consiglio di Stato, Sez. VII, n. 7039/2025, che aveva respinto l’appello contro il diniego di regolarizzazione e concessione demaniale e l’ordine di ripristino e rimozione del chiosco-bar

Esito

INAMMISSIBILITA

Favorevole al resistente (comune)

Prevale l’amministrazione

La controversia

La titolare dell’esercizio ha proposto revocazione della sentenza del Consiglio di Stato n. 7039/2025, deducendo un errore revocatorio di fatto nella ricostruzione della natura originaria del manufatto: la sentenza avrebbe ritenuto precario il chiosco, mentre esso sarebbe stato realizzato fin dall’origine in muratura o calcestruzzo, in conformità al titolo comunale. Da tale premessa la ricorrente sosteneva che le successive aggiunte non avessero trasformato una struttura precaria in stabile e che dovessero quindi essere esaminate le questioni rimaste assorbite nella precedente decisione, relative alla natura demaniale dell’area nel tempo e all’efficacia dei titoli comunali. In corso di giudizio ha inoltre chiesto di acquisire un verbale di sopralluogo sopravvenuto, relativo alla necessità di ulteriori verifiche tecniche sulla natura originaria del manufatto, e il rinvio della trattazione.

La decisione

Il Consiglio di Stato ha dichiarato inammissibile il ricorso per revocazione. La natura precaria o meno del manufatto era stata esaminata in modo puntuale dalla sentenza impugnata e risolta con valutazioni di fatto e di diritto; l’eventuale errore lamentato era quindi un errore di diritto, non un errore percettivo revocatorio. La precedente sentenza aveva inoltre fondato la ricostruzione sulla relazione di sopralluogo dei tecnici comunali, assistita da pubblica fede quanto ai fatti accertati e non contestata con querela di falso, e aveva rilevato che la perizia di parte non costituisce mezzo di prova idoneo a contrastarla. Aveva anche considerato l’intervento nel suo complesso, escludendo la possibilità di scomporlo artificiosamente in porzioni riferite a titoli distinti, e aveva ritenuto che l’ampliamento del manufatto fosse comunque autonomamente rilevante. Il verbale sopravvenuto e la richiesta di ulteriori verifiche non dimostravano un errore revocatorio e non giustificavano istruttoria o rinvio nel giudizio di revocazione. Le questioni assorbite dalla sentenza precedente non sono state riesaminate. Le spese del giudizio di revocazione sono state integralmente compensate.

Massime di principio

  • La revocazione per errore di fatto non è esperibile quando la censura riguarda una questione che la sentenza impugnata ha esaminato e risolto, anche se la parte ritiene errata la valutazione giuridica o fattuale: in tal caso si prospetta un errore di giudizio, non un’erronea percezione della realtà dei fatti.
  • Le risultanze di un verbale redatto da pubblici ufficiali fanno fede, nei limiti dei fatti attestati come avvenuti in loro presenza o da loro compiuti, e non possono essere contrastate con una mera perizia di parte; la sentenza richiama, per la contestazione delle circostanze coperte da pubblica fede, la necessità della querela di falso.
  • Gli interventi edilizi devono essere valutati unitariamente, considerando l’opera complessiva e il risultato prodotto, senza parcellizzare le singole opere in base ai diversi titoli invocati.
  • La sopravvenienza di un documento che prospetta ulteriori accertamenti tecnici non giustifica l’istruttoria o il rinvio nel giudizio di revocazione quando non è idonea a dimostrare uno specifico errore revocatorio.

Come è indicizzato

MaterieRevocazione e opposizione di terzoAbusi edilizi e sanzioni
RamiProcesso amministrativoEdilizia
IstitutiOnere della prova e principio dispositivo

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