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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 3471/2024 del 29/01/2024

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il ricorso verteva sull'applicazione del principio "ne bis in idem" (art. 649 c.p.p.) tra due pronunce relative alla partecipazione del Prestanicola a compagini criminali connesse agli appalti autostradali: la sentenza n. 181/2017 della Corte d'Appello di Reggio Calabria (assoluzione rispetto a un "meta-sodalizio" comprensivo di più gruppi, tra cui la "cosca Mancuso", per i lavori A/3) e la sentenza del Tribunale di Vibo Valentia del 09/02/2017 (condanna per concorso esterno nella "cosca Mancuso"). Il Tribunale impugnato aveva ritenuto che non sussistesse identità di fatto perché le due associazioni avrebbero connotazioni strutturali e ambiti territoriali diversi; il ricorrente ha invece contestato che il ruolo personale (imprenditore di riferimento/infiltrato per i lavori autostradali e intermediario in estorsioni) fosse identico in entrambe le vicende, nello stesso arco temporale e con la stessa sfera di interessi, rendendo applicabile il divieto di doppia perseguibilità.

La decisione

La Corte di cassazione ha accolto il ricorso ritenendolo fondato: ha ritenuto insufficiente la motivazione del provvedimento impugnato in relazione all'onere, già indicato nella sentenza di annullamento, di spiegare la eterogeneità delle compagini criminose rispetto all'idem factum. La Corte ha osservato che il ruolo ascritto al Prestanicola nelle due pronunce è sostanzialmente il medesimo (imprenditore di riferimento/infiltrato della "cosca Mancuso" con attività estorsive nel medesimo arco temporale) e che il fatto che le cosche fossero confederate per la gestione degli appalti non dimostra di per sé la diversità del fatto rispetto al contributo del ricorrente. Per tali ragioni la Corte ha annullato il provvedimento impugnato e ha disposto il rinvio per nuovo giudizio al Tribunale di Vibo Valentia in funzione di giudice dell'esecuzione, in diversa composizione, perché dia adeguata e motivata risposta alle questioni sulla identità del fatto.

Norme richiamate

  • art. 649 cod. proc. pen.

    Norma invocata in relazione al divieto di riesame/esecuzione per fatto già soggetto a giudicato; la Corte interpreta l'art. 649 richiedendo un'analisi concreta dell'"idem factum", non soltanto una coincidenza astratta degli elementi tipici del reato.

  • art. 416-bis cod. pen.

    Riferita alla fattispecie di associazione mafiosa; la decisione confronta la qualificazione di associazioni complesse (meta-sodalizio) e singole cosche ma richiede di verificare la reale sovrapposizione della sfera operativa e del ruolo personale del ricorrente.

  • art. 110 cod. pen.

    Richiamato in relazione alla partecipazione (concorso) nei reati; la Corte esamina la concreta manifestazione del contributo colposo/doloso del ricorrente per valutare l'identità del fatto.

  • art. 606, lett. b) ed e) cod. proc. pen.

    Norme relative ai motivi di ricorso per cassazione per vizi di motivazione; la Corte valuta la carenza motivazionale del provvedimento impugnato alla luce di tali censure.

  • art. 648 cod. proc. pen.

    Richiamato nel ricorso come possibile vizio procedurale/nullità; la Corte segnala l'esigenza di rispettare le prescrizioni procedurali ma si concentra soprattutto sul contenuto motivazionale in relazione al ne bis in idem.

  • art. 669 cod. proc. pen.

    Richiamato nel contesto di inammissibilità/inutilizzabilità; la censura invocava vizi procedurali collegati alle decisioni esecutive, ma la Corte ha deliberato principalmente sulla fondatezza della motivazione in ordine all'idem factum.

  • art. 173, comma 1, disp. att. cod. proc. pen.

    Richiamata per i limiti di motivazione delle doglianze in cassazione (limiti di ammissibilità dei motivi), verificando che le censure formulate rientrassero nei limiti consentiti.

  • Giurisprudenza di riferimento (Sez. Unite n. 34655/2005 P.G. in proc. Donati; Sez. 2 n. 57393/2018; Sez. 6 n. 48691/2016 Maesano)

    La Corte applica i principi consolidati dalla giurisprudenza di legittimità: l'identità del fatto (idem factum) richiede analisi rigorosa non solo degli elementi tipici ma anche delle circostanze di tempo, luogo, ruolo e della concreta manifestazione della condotta e del dolo.

Massime di principio

  • Per valutare il "ne bis in idem" non basta la somiglianza astratta delle fattispecie: occorre confrontare la concreta manifestazione della condotta, il nesso causale, l'evento, il dolo, nonché tempi, luoghi e ruolo soggettivo dell'imputato.
  • Quando in due decisioni si fa riferimento a compagini criminali apparentemente diverse (es. "meta-sodalizio" vs singola cosca), il giudice deve spiegare puntualmente in che cosa consista l'eterogeneità rilevante ai fini dell'idem factum; la semplice diversa etichettatura non è decisiva.
  • Se il ruolo attribuito all'imputato è sostanzialmente identico nei due giudizi (stesso contributo operativo e stessa sfera territoriale e temporale), prevale il divieto di doppia persecuzione/attuazione dell'esecuzione per lo stesso fatto.
  • La confederazione/alleanza tra cosche non determina automaticamente la diversità del fatto rispetto al contributo di un singolo: va valutato se la sfera di controllo e l'effettiva partecipazione del singolo mutino tra le vicende.
  • Se la motivazione del giudice dell'esecuzione è generica o non risponde all'onere posto dalla Corte di legittimità, la Cassazione annulla e rinvia per un nuovo giudizio, richiedendo valutazioni circostanziate e comparate.
  • In sede difensiva è cruciale evidenziare la coincidenza di ruolo, tempo e luogo tra le pronunce pregresse per sollecitare l'applicazione del divieto di bis in idem; il ricorso deve articolare con precisione tali elementi.

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