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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 12535/2023 del 24/03/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il ricorrente impugnava la sentenza della Corte d'appello per due motivi: 1) mancato riconoscimento dell'attenuante di cui all'art. 62, n. 6 cod. pen. (ravvedimento/risarcimento) nonostante avesse restituito la refurtiva poche ore dopo il fatto; 2) vizio nella modulazione della pena per violazione del divieto di reformatio in peius, poiché la Corte d'appello, pur escludendo la recidiva, ha fissato una pena base superiore a quella indicata dal giudice di primo grado.

La decisione

La Corte di Cassazione ha ritenuto il primo motivo manifestamente infondato: la sola restituzione della refurtiva, effettuata dopo che la polizia giudiziaria aveva identificato il proprietario e non costituita da un risarcimento integrale, non prova il concreto ravvedimento richiesto dall'art. 62 n. 6 cod. pen., specie in presenza della plurima oggettività giuridica del reato. Ha invece accolto il secondo motivo: con l'esclusione della recidiva, la Corte d'appello non poteva aumentare la pena base rispetto al giudice di primo grado senza violare il divieto di reformatio in peius. Perciò la sentenza impugnata è annullata limitatamente al trattamento sanzionatorio e la causa è rinviata per nuovo giudizio sul punto ad altra sezione della Corte d'appello di Napoli; il resto del ricorso è dichiarato inammissibile.

Norme richiamate

  • art. 624-bis c.p.

    Norma del reato contestato; la Corte conferma la responsabilità dell'imputato per il fatto ascritto a norma di questa disposizione.

  • art. 62 n. 6 cod. pen.

    L'attenuante per il ravvedimento richiede un risarcimento integrale ed effettivo del danno, anteriormente al giudizio, che dimostri il sopravvenuto ravvedimento e la minore pericolosità del reo. La mera restituzione della refurtiva, soprattutto se parziale e successiva ad attività della polizia giudiziaria, non è sufficiente.

  • Divieto di reformatio in peius (principio giurisprudenziale)

    Se l'appello è proposto dall'imputato e non intervenuto un motivo che consenta il peggioramento, il giudice di grado superiore non può aggravare la posizione sanzionatoria rispetto alla sentenza di primo grado; l'aumento della pena della Corte d'appello, pur esclusa la recidiva, viola tale divieto.

  • Giurisprudenza citata (Sez. 5, n. 44562 del 28/05/2015; Sez. 2, n. 9535 del 11/02/2022; Sez. 4, n. 41585 del 04/11/2010)

    Richiami a precedenti decisionali che chiariscono i requisiti dell'attenuante di cui all'art. 62 n. 6 (necessità di risarcimento integrale anteriore al giudizio) e il divieto di reformatio in peius.

Massime di principio

  • La restituzione della refurtiva non equivale automaticamente all'attenuante per ravvedimento: occorre che il risarcimento sia integrale, effettivo e intervenuto anteriormente al giudizio, così da dimostrare un autentico ravvedimento.
  • Se il reato ha una plurima oggettività giuridica, il semplice ritorno della cosa sottratta può non coprire tutte le conseguenze del fatto e quindi non può sostituire un risarcimento completo.
  • La restituzione effettuata solo dopo l'intervento della polizia giudiziaria o in conseguenza del rintracciamento del proprietario è meno idonea a provare il ravvedimento rispetto a una iniziativa spontanea e tempestiva dell'autore.
  • Il principio del divieto di reformatio in peius impedisce al giudice di appello, quando l'appello è proposto esclusivamente dall'imputato, di aggravare la pena rispetto al primo grado; un aumento della pena in tali circostanze costituisce motivo di annullamento per violazione di legge.
  • Se la Corte d'appello formula una valutazione di gravità o esclude la recidiva, deve comunque rispettare i limiti procedurali e sostanziali imposti dal divieto di peggioramento: in presenza di vizio va disposta la rinnovazione del giudizio sulla determinazione della pena.

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