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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 32152/2025 del 26/09/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione dell'ordinanza che aveva confermato gli arresti domiciliari per il reato di cui all'art. 73, commi 1 e 4, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309. La difesa contestava: a) omessa e superficiale valutazione della documentazione prodotta in riesame (visura camerale, comunicazione SUAP, fattura di acquisto sementi) che dimostrerebbe attività agricola lecita e la sussistenza della causa di non punibilità prevista dall'art. 4 L. 242/2016; assenza di motivazione circa la presumibile percentuale di THC e la destinazione ricreativa della sostanza; b) errori procedurali e carenza/manifesta illogicità della motivazione in ordine alle esigenze cautelari e alla proporzionalità della misura, dovendosi tenere conto della personalità dell'indagato (incensurato, collaborazione) e di elementi che avrebbero potuto escludere il pericolo di reiterazione.

La decisione

La Corte di cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto congrua e non manifestamente illogica la motivazione del Tribunale di Reggio Calabria, che ha applicato i principi delle Sezioni Unite (sent. Sez. U. n. 30475/2019) riguardo ai rapporti tra Testo Unico stupefacenti e legge n. 242/2016, richiamando che la legge 242/2016 tutela specifiche coltivazioni per usi agroindustriali e non autorizza la commercializzazione di inflorescenze, foglie, olio e resina. Il Tribunale ha logicamente motivato che: il peso e lo stato di essicazione del materiale sequestrato, la sua suddivisione e il confezionamento (involucri termosaldati), l'assenza della documentazione prevista dall'art. 3 L. 242/2016 e l'attività economica dell'indagato (partita IVA nel settore edilizio) sono incompatibili con una coltivazione lecita avviata alla data indicata; tali elementi sono significativi di destinazione a fini di spaccio e indicativi di abitualità e inserimento in circuito criminale, giustificando il pericolo di reiterazione e l'adeguatezza della misura cautelare. Conseguentemente il ricorso è respinto; il ricorrente è condannato alle spese e al versamento di euro 3.000 alla Cassa delle ammende.

Norme richiamate

  • d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico stupefacenti)

    art. 73, commi 1 e 4; art. 14; art. 26; art. 27

    Il T.U. incrimina la coltivazione delle varietà di cannabis incluse nella tabella II; tuttavia alcune eccezioni e limiti di utilizzazione sono contemplate per attività industriali regolate da norme specifiche. La coltivazione destinata a prodotti non consentiti dal regime agroindustriale può integrare reato ex art. 73.

  • Legge 22 dicembre 2016, n. 242

    art. 1, comma 2; art. 2; art. 3; art. 4 (commi 5 e 7)

    La legge disciplina la coltivazione 'agroindustriale' della canapa, definendone gli ambiti d'uso leciti (fibre e usi industriali/ agroalimentari specifici) e prevedendo tutele per l'agricoltore in caso di THC superiore ai limiti per cause involontarie; non autorizza la commercializzazione di infiorescenze, foglie, olio o resine a fini stupefacenti.

  • Codice di procedura penale

    art. 192, commi 2-4; art. 273; art. 274; art. 292; art. 546

    Disciplina i criteri probatori e le misure cautelari: per l'adozione delle misure è sufficiente la 'qualificata probabilità' (gravi indizi) e il riesame deve motivare secondo i parametri dell'art. 292 c.p.p.; in Cassazione il sindacato è limitato alla verifica della logica e completezza della motivazione, non alla rivalutazione dei fatti.

  • Decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48 (convertito dalla L. 9 giugno 2025, n. 80)

    modifica art. 2 L. 242/2016 (richiamata nel provvedimento)

    Modifica richiamata ma non introduttiva di norme più favorevoli rispetto al periodo dei fatti; pertanto, per la decisione, si è fatto riferimento alla normativa vigente all'epoca dei fatti.

  • Giurisprudenza delle Sezioni Unite

    Sez. U., sent. n. 30475 del 30/05/2019 (Castignani)

    Principio chiave: la legge 242/2016 delimita coltivazioni lecite per usi agroindustriali; le soglie di THC tutelano l'agricoltore ma non autorizzano la commercializzazione di derivati non previsti dalla legge; anche derivati con THC sotto soglie possono integrare reato se destinati a uso stupefacente, salvo verifica concreta della capacità drogante.

Massime di principio

  • La legge n. 242/2016 tutela specifiche coltivazioni di canapa per usi agroindustriali e non costituisce una 'licenza' generale alla produzione o vendita di infiorescenze, foglie, oli o resine; la commercializzazione di tali prodotti al di fuori degli usi elencati può integrare reato anche con THC inferiore alle soglie previste dalla legge.
  • In materia di misure cautelari la Cassazione non riesamina i fatti o il peso degli indizi: verifica solo che il giudice di merito abbia fornito motivazione adeguata, logica e completa sui gravi indizi e sulle esigenze cautelari; censure che richiedono una diversa valutazione delle prove sono inammissibili.
  • Per dimostrare la liceità di coltivazioni di canapa è importante produrre documentazione formale e completa (iscrizioni, comunicazioni SUAP, autorizzazioni, accordi commerciali, registrazioni contabili) e prove sulla destinazione industriale dei prodotti; l'assenza di tali elementi indebolisce la tesi difensiva.
  • Elementi indiziari quali consistente quantitativo di materiale, stato di essicazione, confezionamento in dosi, modalità di occultamento e assenza di documentazione tecnica/contrattuale possono legittimamente far ritenere la destinazione allo spaccio e giustificare esigenze cautelari (pericolo di reiterazione).
  • Le soglie di THC previste dalla legge 242/2016 tutelano l'agricoltore ma non costituiscono di per sé un'assoluzione: occorre anche valutare la destinazione del prodotto e la concreta offensività/capacità drogante della sostanza.

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