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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 33463/2024 del 03/09/2024

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione della sentenza del Tribunale di Patti che aveva confermato la condanna per diffamazione pronunciata nei confronti di Regalbuto Benedetto dal Giudice di pace di Mistretta. La condotta contestata consisteva in affermazioni contenute nella consulenza tecnica d'ufficio redatta dall'imputato nell'ambito di un contenzioso civile, dirette al consulente tecnico di parte Antoci Lucio, testualmente: "tali affermazioni totalmente assurde, inverosimili e al di fuori di ogni logica comportamentale, lo caratterizzano e lo identificano, non solo come una persona che pensa di avere la verità in tasca, ma anche come professionista pretenzioso e arrogante". Il ricorso si fonda su due motivi: (1) vizio di manifesta illogicità della motivazione ed erronea applicazione dell'art. 533 c.p.p., per non avere riconosciuto la scriminante del diritto di critica (art. 51 cod. pen.), sostenendo che le frasi fossero una risposta a precedenti offese; (2) vizio di motivazione ex art. 606 cod. proc. pen. per non aver riconosciuto la scriminante della provocazione ex art. 599 cod. pen., poiché l'imputato avrebbe agito in uno stato d'ira immediatamente determinato dalle presunte osservazioni offensive dell'Antoci.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso ritenendolo infondato. Ha confermato che le espressioni usate sono offensive e travalicano i limiti del diritto di critica per eccesso rispetto al requisito della continenza: la critica professionale si è trasformata in un attacco "ad hominem" e in denigrazione personale e professionale non giustificata dal contesto. Quanto alla presunta provocazione, la Corte ha ritenuto che l'onere probatorio gravante sull'imputato non fosse assolto: non risultando agli atti la consulenza tecnica di parte a firma di Antoci, non era possibile verificare la reale sussistenza di fatti idonei a determinare lo "stato d'ira" evocato. Conseguentemente il ricorso è respinto; il ricorrente è condannato alle spese processuali ai sensi dell'art. 616 c.p.p. e alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa della parte civile, liquidate in euro 3.500 oltre accessori di legge.

Norme richiamate

  • art. 51 cod. pen.

    Riconosciuto come possibile scriminante (diritto di critica) solo se esercitato entro i limiti della veridicità, pertinenza e continenza; nel caso concreto la Corte ha ritenuto superato il limite della continenza e quindi la scriminante non applicabile

  • art. 599 cod. pen.

    Norma sulla provocazione come circostanza attenuante/escusante: la Corte ha richiamato l'onere della prova a carico dell'imputato e ha escluso l'applicabilità per mancata dimostrazione documentale dello stimolo provocatorio

  • art. 533 c.p.p.

    Regola di giudizio del giudice di merito: il ricorso lamentava errata applicazione ma la Corte ha ritenuto non sindacabile in termini di violazione di legge la valutazione circa la offensività e la fuori misura delle espressioni

  • art. 192 cod. proc. pen.

    Richiamata la regola di valutazione della prova; la Corte ricorda i limiti della sindacabilità in sede di legittimità delle valutazioni probatorie e del corretto uso dell'art. 533 c.p.p.

  • art. 606 comma 1 lett. b) ed e) cod. proc. pen.

    Norme che individuano i vizi deducibili nel ricorso per cassazione (violazione di legge e motivazione); i motivi proposti non sono stati ritenuti fondati

  • art. 616 cod. proc. pen.

    Prevede la condanna alle spese processuali in caso di rigetto del ricorso: applicata alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese

  • art. 21 Cost.

    Richiamato come presidio della libertà di manifestazione del pensiero entro cui si colloca il diritto di critica; tale libertà però incontra limiti quando travalica la continenza e diventa ingiuria/diffamazione

  • art. 10 Convenzione EDU

    Richiamato analogamente all'art. 21 Cost. per il valore della libertà di espressione; la Corte ne sottolinea il carattere non assoluto e la possibilità di bilanciamento con la tutela della reputazione altrui

Massime di principio

  • Il diritto di critica può scriminare la diffamazione solo se rispettati i tre limiti: veridicità dei fatti, pertinenza degli argomenti e continenza espressiva; giudizi personali gratuiti e denigratori superano il limite e sono penalmente rilevanti
  • Per valutare la continenza occorre contestualizzare le espressioni (contesto spazio-temporale, dialettica e interessi in gioco): toni accesi possono essere ammessi se pertinenti e proporzionati, ma non se costituiscono attacchi ad hominem
  • Chi invoca la provocazione o lo stato d'ira ha l'onere di provare i fatti costitutivi della scriminante; se le evidenze (documenti o atti) non sono agli atti, la circostanza non può essere valutata favorevolmente
  • In sede di legittimità la Corte di Cassazione può sindacare la offensività delle espressioni e la sussistenza della materialità del reato, ma non sostituisce il giudice di merito nella valutazione probatoria se questa non configura violazione di legge o insanabile illogicità
  • Chi redige atti tecnici su incarico dell'autorità giudiziaria ha l'obbligo di mantenere un linguaggio contenuto e professionale; critiche tecniche devono concentrarsi su elementi argomentativi e non su denigrazione personale

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