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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 2773/2024 del 23/01/2024

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente chiedeva la riparazione per ingiusta detenzione sofferta per 2 anni, 10 mesi e 10 giorni in relazione al reato di omicidio con premeditazione aggravato (art. 7 D.L.152/1991). Era stato assolto in appello con sentenza divenuta irrevocabile, ma la Corte di appello aveva ritenuto che la detenzione fosse stata determinata anche dal comportamento gravemente colposo del Rubino, in particolare dalla sua comprovata appartenenza e posizione di rilievo nella cosca mafiosa di Villabate e dal fatto che il fatto di sangue era maturato nel contesto dei dissidi tra fazioni mafiose con modalità tipiche (lupara bianca). La Corte territoriale aveva inoltre valorizzato che l'assoluzione derivava da una diversa valutazione della prova dichiarativa dei collaboratori, non da prova di assoluta estraneità.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha ritenuto applicabile l'istituto della colpa grave ostativa all'indennizzo ex art. 314 cod.proc.pen., perché il giudice della riparazione ha motivato, su fatti concreti, che l'inserimento del Rubino in posizione preminente nella cosca responsabile dell'omicidio e le modalità mafiose dell'evento avevano creato la falsa apparenza di responsabilità penale e dunque la causa della custodia cautelare. È stato confermato che la valutazione per la riparazione è autonoma rispetto al giudizio di merito e si concentra sull'id quod plerumque accidit: se la condotta del detenuto era tale da rendere prevedibile l'intervento dell'autorità. Il ricorrente è stato condannato alle spese processuali e alla refusione in favore del Ministero resistente, liquidate in euro 1.000,00.

Norme richiamate

  • art. 314 cod. proc. pen.

    La Corte interpreta la norma nel senso che la colpa grave che esclude il diritto alla riparazione riguarda condotte che, pur non costituendo necessariamente reato, per macroscopica negligenza o per comportamento idoneo a creare allarme sociale, hanno reso prevedibile l'intervento dell'autorità giudiziaria e quindi hanno causalmente inciso sulla adozione o mantenimento della misura custodiale.

  • art. 7 D.L. 152/1991

    Norma richiamata per identificare il titolo di reato contestato (omicidio aggravato dalla premeditazione in contesto mafioso); nella sentenza è rilevante come fatto di contesto, non come norma decisiva sulla riparazione.

  • Giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione

    Richiamati principi giurisprudenziali (es. Sez. Un., De Benedictis e altri precedenti) secondo i quali il giudizio per la riparazione valuta ex ante la condotta dell'interessato su fatti concreti e precisi e non si sovrappone al giudizio di merito; il parametro è l'id quod plerumque accidit e la prevedibilità dell'intervento dell'autorità.

Massime di principio

  • L'assoluzione penale non garantisce automaticamente il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione: il giudice della riparazione valuta se la condotta dell'interessato abbia creato una falsa apparenza di responsabilità tale da rendere prevedibile l'intervento dell'autorità.
  • La nozione di colpa grave ai fini dell'art. 314 cod. proc. pen. si riferisce a comportamenti macroscopicamente negligenti, imprudenti o che manifestino rapporti oggettivamente idonei a costituire indizi di complicità (frequentazioni ambigue, ruolo apicale in organizzazioni criminali), anche se tali comportamenti non integrano di per sé reato.
  • L'appartenenza certificata a un'organizzazione mafiosa e il ruolo di rilievo all'interno di essa possono costituire condotta sinergica rispetto all'adozione o al mantenimento della misura cautelare, specialmente quando il fatto di reato presenta modalità riconducibili allo stile mafioso.
  • Nel giudizio di riparazione il magistrato deve motivare su fatti concreti e distinti dal processo di merito, valutando l'esistenza di un rapporto di causa-effetto tra la condotta del ricorrente e la detenzione; non è sufficiente opporre la sola diversità di valutazione delle fonti dichiarative.
  • Per difendersi in situazioni analoghe conviene documentare in modo stringente l'assenza di ruoli attivi in organizzazioni criminali, chiarire rapporti di parentela o legami giustificativi, contestare la credibilità degli accusatori e fornire elementi che smentiscano che il proprio comportamento potesse ragionevolmente indurre l'autorità a intervenire.

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