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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 10915/2023 del 14/03/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione per vizio di motivazione e violazione della legge penale sostanziale relativo all'insussistenza del dolo nel reato di peculato. Il ricorrente deduce che il perito non avrebbe accertato ammanchi per molti amministrati e che le risposte sarebbero state ipotetiche, sostenendo che eventuali mancanze siano dovute a mala gestio per l'elevato numero di amministrati e non a un intento di appropriazione.

La decisione

La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché meramente reiterativo di censure già esaminate e motivate dal giudice d'appello. Ha confermato che, pur riconoscendo una differenza tra gli ammessi dal perito e gli ammanchi contestati, il quadro probatorio (prelievi seriali e incongrui, mancata rendicontazione annuale o giustificazioni, entità complessiva delle somme, qualifica professionale dell'imputato) consente inferire il dolo e l'appropriazione di somme dagli amministrati. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali, al versamento di euro 3.000 in favore della Cassa delle ammende e alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa liquidate in favore delle parti civili (euro 3.686,00 oltre accessori per Scarinzi e euro 1.844,00 oltre accessori per Della Pietra).

Norme richiamate

  • art. 314 cod. pen. (peculato)

    La norma è stata interpretata nel senso che l'amministratore di sostegno che, avendo la disponibilità dei fondi degli amministrati, effettua prelievi sistematici e indebitamente trattiene somme costituisce appropriazione dolosa integrativa del reato di peculato.

  • art. 23, comma 8, d.l. 28 ottobre 2020, n. 137 (convertito dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176) e art. 16, comma 1, d.l. 30 dicembre 2021, n. 228 (convertito dalla L. 25 febbraio 2022, n. 15)

    Le disposizioni hanno consentito il trattamento del procedimento in forma cartolare; la Corte ha quindi deciso sulla base degli atti senza udienza, ritenendo che le censure difensive fossero già adeguatamente valutate nei provvedimenti di merito.

  • art. 616 cod. proc. pen.

    Applicata per condannare il ricorrente al versamento di una somma in favore della Cassa delle ammende a seguito della dichiarazione di inammissibilità del ricorso.

Massime di principio

  • La mera discrepanza tra la quantificazione del perito e gli ammanchi contestati non esclude la responsabilità se il quadro complessivo dimostra appropriazione e dolo.
  • Prelievi ricorrenti e ingiustificati dai conti di soggetti amministrati, uniti all'assenza di rendicontazione o di giustificazioni documentali, costituiscono indizi forti di dolo.
  • La qualifica professionale e la consapevolezza gestionale dell'amministratore possono concorrere a fondare l'elemento soggettivo del reato.
  • L'argomentazione difensiva che invoca soltanto mala gestio non è sufficiente a escludere il dolo se non è sostenuta da elementi probatori concreti che ricostruiscano la corretta gestione.
  • In sede di gravame, le censure che si limitano a ripetere motivi già discussi senza apportare nuovi elementi sono considerate generiche e possono renderne il ricorso inammissibile.
  • Nei procedimenti trattati in forma cartolare, è cruciale che la difesa presenti elementi documentali convincenti nel fascicolo, perché l'assenza di istruttoria orale limita le possibilità di integrazione probatoria.

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