Sentenza n. 6369/2026 - Consiglio Di Stato, Sezione 7
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeAtto impugnato: Sentenza del TAR Lazio che aveva respinto il ricorso contro il parere negativo della Commissione Edilizia Integrata e il diniego comunale di nulla osta paesaggistico relativo a una domanda di condono edilizio
Esito
Favorevole al resistente (comune)
Prevale l’amministrazione
La controversia
Gli appellanti contestavano la sentenza di primo grado deducendo un unico motivo di erroneità per difetto di motivazione del parere negativo della Commissione Edilizia Integrata e della conseguente determinazione comunale di diniego del nulla osta paesaggistico. Sostenevano che l’incompatibilità paesaggistica fosse stata affermata in modo astratto, sulla sola base dell’esistenza del vincolo, senza un concreto raffronto con l’effettivo stato dei luoghi, con gli eventuali immobili circostanti, con la loro posizione e dimensione e con il rapporto tra opere e contesto. Deducevano inoltre che non fosse stata valutata, neppure per escluderla, la possibilità di prescrivere accorgimenti diretti alla riambientazione delle opere abusive, in coerenza con i principi di sviluppo sostenibile e di leale collaborazione tra amministrazione e privati.
La decisione
Il Consiglio di Stato ha respinto l’appello e confermato la sentenza del TAR. Ha ritenuto adeguatamente motivati sia il parere della Commissione Edilizia Integrata sia il diniego comunale che lo aveva recepito. La motivazione individuava puntualmente la collocazione delle opere nella fascia dei 300 metri dal mare e nella fascia dei 150 metri dal fossato Longato, soggette alle relative prescrizioni paesaggistiche e, per quest’ultima fascia, all’inedificabilità assoluta. Il contrasto con il contesto paesistico non era stato affermato in astratto, ma risultava collegato a elementi concreti: il livellamento meccanico della duna sabbiosa tipica della zona, la sua sostituzione con piazzali in massicciato di pietrame per circa 800 metri quadrati, la tipologia e i materiali utilizzati e la conseguente rilevanza dell’impatto visivo. Il Collegio ha escluso che l’amministrazione fosse tenuta a considerare la presenza di altri immobili o eventuali precedenti abusi, poiché eventuali illegittimità commesse in situazioni analoghe non possono compromettere la legittimità dell’azione amministrativa né giustificare l’ulteriore compromissione del bene paesaggistico. Ha inoltre ritenuto infondata la censura relativa alla mancata valutazione di misure di riambientazione, poiché la prescrizione di demolizione implicava l’esclusione di ogni possibilità di adattamento delle opere, giudicate radicalmente incompatibili con il bene tutelato. Nessuna pronuncia sulle spese, essendo il Comune non costituito in appello.
Norme richiamate
art. 32 l. 47/1985
parere contrario ai sensi dell’art. 32 della l. n. 47/1985
Nel procedimento di condono edilizio relativo a opere ricadenti in area vincolata, il parere paesaggistico negativo costituisce presupposto del diniego del nulla osta e della definizione sfavorevole della domanda.
l. 724/1994
domanda di condono edilizio presentata dai privati in base alla l. n. 724/1994
La domanda di sanatoria edilizia era stata presentata ai sensi della disciplina del condono edilizio richiamata.
art. 3 l. 241/1990
al fine di soddisfare i requisiti minimali della motivazione del provvedimento amministrativo identificati dall’art. 3 della l. n. 241/1990
Il provvedimento negativo deve esternare le ragioni di fatto e di diritto che ostano all’accoglimento dell’istanza, consentendo al destinatario di ricostruire l’iter logico-giuridico e di verificare la correttezza dell’esercizio del potere.
art. 87, comma 4-bis, c.p.a.
Visto l’art. 87, comma 4-bis, del d.lgs. 2 luglio 2010, n. 104 (c.p.a.)
La disposizione è richiamata in relazione alla trattazione dell’appello nell’udienza di smaltimento e alla partecipazione da remoto del difensore.
Massime di principio
- Nel procedimento di autorizzazione o sanatoria paesaggistica, il diniego è adeguatamente motivato quando individua le specifiche caratteristiche dell’area tutelata, la localizzazione delle opere, la loro tipologia e consistenza, i materiali impiegati e il concreto impatto prodotto sul contesto paesaggistico; non è necessaria una motivazione meramente astratta fondata sul solo vincolo, ma è sufficiente una puntuale illustrazione degli elementi fattuali che rendono incompatibile l’intervento.
- La motivazione del diniego paesaggistico può fondarsi sul concreto pregiudizio arrecato a elementi naturali caratterizzanti il luogo, come una duna sabbiosa, e sulla trasformazione fisica dell’area mediante opere estese e visivamente impattanti, anche quando tali opere comprendano materiali diversi da quelli indicati dall’interessato.
- L’eventuale esistenza di altri abusi edilizi o di precedenti illegittimità amministrative nella medesima area non attribuisce al privato il diritto alla reiterazione dell’illegittimità e non impone all’amministrazione di tollerare o autorizzare ulteriori compromissioni del bene paesaggistico.
- Quando le opere abusive presentano un radicale contrasto con il bene paesaggistico tutelato, la prescrizione della loro demolizione può valere come implicita esclusione della possibilità di renderle compatibili mediante semplici accorgimenti di riambientazione; l’amministrazione non è tenuta a prospettare soluzioni alternative manifestamente inidonee a eliminare il pregiudizio.
- La motivazione del provvedimento amministrativo assolve alla propria funzione quando consente al destinatario di ricostruire l’iter logico-giuridico seguito dall’amministrazione, di verificare la correttezza dell’esercizio del potere e di predisporre la propria difesa, rendendo possibile il sindacato giurisdizionale.
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