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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 25957/2023 del 15/06/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il ricorso mira a censurare la sentenza della Corte d'assise d'appello di Palermo che, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, aveva dichiarato l'imputato colpevole del reato previsto dall'art. 12, comma 5, D.Lgs. 25 luglio 1998 n. 286 (favoreggiamento della permanenza illegale di stranieri finalizzato a trarre ingiusto profitto), ritenendo provati il coinvolgimento di Salah sulla base delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Atta Wehabrebi Nuredine, delle risultanze investigative dell'ufficiale Mauro (osservazioni, monitoraggio telefonico, prelievi bancomat e rimesse). La difesa contestava l'incertezza identificativa, l'uso di dichiarazioni contraddittorie e l'assenza del dolo specifico (finalità di trarre un ingiusto profitto), nonché l'illogicità motivazionale. La Corte di Cassazione ha ritenuto il motivo relativo alla responsabilità penale fondato, rilevando che la sentenza d'appello ha dato rilievo a elementi vaghi e speculativi (es. "plausibilmente" gestione di strumenti bancari, ricevere vitto e alloggio) senza dimostrare il fine di trarre un ingiusto profitto richiesto dall'art. 12, comma 5, e senza risolvere correttamente i dubbi identificativi.

La decisione

La Corte di Cassazione ha accolto il primo motivo, considerato pregiudiziale ed assorbente, e ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata perché mancava il dolo specifico richiesto dall'art. 12, comma 5, D.Lgs. n. 286/1998; in sostanza la pronuncia d'appello è stata cassata per carenza degli elementi soggettivi necessari alla configurazione del reato (il fatto non integra la fattispecie contestata). Le doglianze relative alla quantificazione della pena non sono state esaminate in quanto assorbite dalla pronuncia di annullamento.

Norme richiamate

  • art. 12, comma 5, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286

    "fuori dei casi previsti dai commi precedenti, e salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarre un ingiusto profitto dalla condizione di illegalità dello straniero..."

    La Corte ha richiamato che questa norma richiede un dolo specifico: il fine di trarre un ingiusto profitto dalla condizione di illegalità dello straniero. Ricevere vitto e alloggio o benefici non comprovati non basta a dimostrare tale fine; occorrono elementi che evidenzino approfittamento oneroso/esorbitante della vulnerabilità dello straniero.

  • art. 603, comma 3-bis, cod. proc. pen.

    Norma che autorizza la parziale rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale in appello; la Corte d'assise d'appello l'ha invocata per l'audizione del collaboratore e di un ufficiale di polizia.

  • artt. 110 e 12, comma 5, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286

    Riferimento alla concorrente responsabilità e alla riqualificazione del capo di imputazione operata in appello; la Cassazione ha valutato la correttezza dell'inquadramento giuridico in relazione al requisito soggettivo.

  • artt. 132 e 133 cod. pen.

    Richiamati dalla difesa in relazione alla quantificazione della pena; la Corte di Cassazione non ha trattato il merito della pena poiché ha ritenuto assorbente la questione della responsabilità.

  • Giurisprudenza: Sez. 1, n. 5093 del 17/01/2012 (Abdalah e altri)

    Precisazione interpretativa secondo cui il dolo specifico dell'art. 12, comma 5, si realizza quando l'agente impone condizioni particolarmente onerose e discriminatorie, approfittando della condizione di illegalità dello straniero.

  • Giurisprudenza: Sez. 3, n. 17117 del 20/01/2015 (Pasquinelli)

    Ulteriore chiarimento sul requisito soggettivo richiesto dalla norma e sulla distinzione rispetto ad altre fattispecie di favoreggiamento; conferma che occorre prova del fine di trarre ingiusto profitto.

Massime di principio

  • Per integrare l'art. 12, comma 5, D.Lgs. n. 286/1998 occorre provare il dolo specifico: il fine di trarre un ingiusto profitto dalla condizione di illegalità dello straniero; benefici generici (vitto, alloggio) senza elementi che mostrino condizioni onerose o approfittamento non sono sufficienti.
  • Le dichiarazioni di collaboratori di giustizia devono essere valutate con cautela e corroborate da riscontri concreti; contraddizioni o incertezze identificative possono far cadere l'intero impianto accusatorio.
  • La Corte d'appello deve confrontarsi esplicitamente con la motivazione di primo grado e rispondere ai rilievi essenziali (identificazione, dolo, riscontri probatori); motivazioni che si basano su espressioni speculative (es. "plausibilmente") sono vulnerabili in Cassazione.
  • Se manca l'elemento soggettivo costitutivo del reato, la Cassazione può annullare senza rinvio perche' il fatto non costituisce reato, rendendo irrilevanti questioni successive come la quantificazione della pena.
  • Nelle ipotesi in cui si discuta la indebita ricezione di benefici, occorre distinguere tra mera ospitalità/aiuto e condotte che impongono condizioni discriminatorie o onerose: solo queste ultime provano il fine di trarre ingiusto profitto.

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