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Sentenza

Sentenza n. 609/2026 - Roma, Sezione 5Q

Per l'annullamento – previa tutela cautelare - del provvedimento n. 1557 del 5/6/2024 - notificato l’11/6/2024 - di diniego del visto di ingresso per lavoro subordinato, emesso dal Consolato Generale d’Italia a Canton.

Giustizia amministrativa202409506

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale
TAR Lazio - Roma, Sez. V quaterSentenzaAzione di annullamento

Atto impugnato: diniego del visto di ingresso per lavoro subordinato adottato dal Consolato Generale d’Italia a Canton

Esito

ACCOGLIMENTO

Favorevole al ricorrente (cittadino straniero)

Prevale il privato

La controversia

Il ricorrente ha impugnato il diniego consolare del visto richiesto dopo l’ottenimento del nulla osta al lavoro subordinato da parte dello Sportello Unico per l’Immigrazione, relativo all’assunzione come lavoratore domestico alle dipendenze di un connazionale residente in Italia. L’amministrazione aveva comunicato un preavviso di rigetto e, nonostante le controdeduzioni, aveva negato il visto ritenendo che la finalità del soggiorno fosse diversa da quella dichiarata. Sono stati dedotti eccesso di potere e motivazione apparente e illogica.

La decisione

Il TAR ha accolto il ricorso e annullato il diniego. Richiamando il principio affermato dal Consiglio di Stato, il Collegio ha ritenuto che la valutazione del rischio migratorio abbia natura discrezionale, anche eventualmente tecnica, ma debba rispettare le regole di legittimità dell’azione amministrativa ed essere sindacabile dal giudice. L’esistenza del rischio migratorio quale ostacolo al rilascio del visto deve risultare da elementi obiettivi, idonei a fondare inferenzialmente una ragionevole possibilità di abuso del titolo, e non da una ricostruzione meramente ipotetica o soggettiva delle intenzioni del richiedente. Nel caso concreto, il diniego non era conforme a tale paradigma, poiché la mancata conoscenza di alcuni dettagli delle condizioni contrattuali non dimostrava in modo obiettivo una diversa finalità del soggiorno: tali elementi possono ragionevolmente non essere conosciuti prima della sottoscrizione del contratto. Il MAECI è stato condannato alla rifusione delle spese di lite, liquidate in euro 1.500 oltre accessori.

Norme richiamate

  • art. 52, commi 1 e 2, d.lgs. 196/2003

    Richiamato quale base per disporre l’oscuramento delle generalità della parte interessata.

  • artt. 5 e 6 Regolamento (UE) 2016/679

    Richiamati, insieme all’art. 52 d.lgs. 196/2003, a tutela dei diritti e della dignità della parte interessata mediante oscuramento delle generalità.

Massime di principio

  • La valutazione del rischio migratorio ai fini del rilascio di un visto di ingresso ha natura discrezionale, eventualmente anche tecnica, ma resta soggetta al sindacato giurisdizionale sul rispetto delle regole di legittimità dell’esercizio del potere amministrativo.
  • Il rischio migratorio può giustificare il diniego del visto soltanto se desunto da elementi obiettivi, idonei a indicare sul piano inferenziale una ragionevole possibilità di abuso del titolo, e non sulla base di una ricostruzione meramente ipotetica o soggettiva delle intenzioni del richiedente.
  • La mancata conoscenza, da parte del richiedente, di alcuni dettagli delle condizioni contrattuali non è di per sé indicativa di una diversa finalità del soggiorno, quando tali elementi possano ragionevolmente non essere conosciuti prima della sottoscrizione del contratto.
  • Un diniego di visto fondato su una valutazione del rischio migratorio priva di adeguati elementi obiettivi e basata su inferenze meramente ipotetiche è illegittimo e deve essere annullato.

Come è indicizzato

MaterieEmersione, decreto flussi e nulla osta
RamiImmigrazione e cittadinanza
IstitutiDiscrezionalità amministrativa e tecnicaEccesso di potereDifetto di motivazioneProporzionalità e ragionevolezza

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