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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 33958/2025 del 16/10/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Carmine Vaccaro chiedeva la riparazione per ingiusta detenzione subita dal 27/04/2008 al 10/03/2010 (custodia cautelare in carcere) e dal 02/03/2010 al 21/07/2011 (arresti domiciliari). L'arresto era stato eseguito in relazione al reato di concorrenza sleale continuata (art. 513-bis c.p.) aggravata (art. 7 L.203/91) e a contestazioni connesse (art. 416 c.p.). Il Tribunale di Napoli, il 12/04/2019, lo aveva assolto con formula "perché il fatto non sussiste" (residenza irrevocabile 25/11/2019). In sede di riparazione il difensore ha impugnato l'ordinanza della Corte d'appello di Napoli che aveva rigettato la domanda, deducendo errata applicazione dell'art. 314 c.p.p. nella valutazione della "colpa grave" e carenza/illogicità della motivazione: in particolare si censurava che la Corte abbia fatto ricadere sul ricorrente una "culpa in vigilando" sulla base della sola partecipazione societaria e di presunzioni, non sui fatti accertati nel processo di merito, e che abbia utilizzato dichiarazioni ritenute non credibili nel giudizio di cognizione.

La decisione

Il ricorso è stato rigettato. La Corte ha ritenuto corretta l'applicazione dei principi del giudizio di riparazione, affermando l'autonomia del giudizio rispetto al processo penale di merito e l'opportunità di valutare, ex ante e con diverso standard probatorio, se l'imputato abbia concorso con dolo o colpa grave a creare l'apparenza di responsabilità che ha indotto la misura cautelare. La Corte territoriale aveva individuato una pluralità di comportamenti caratterizzati da colpa grave: (i) condotte extraprocessuali consistite nella commistione con la gestione delle società familiari guidate dal fratello Luigi, con passiva esecuzione di direttive e mancanza di diligenza nel vigilare sui rapporti societari con i clan camorristici; (ii) condotte processuali quali l'uso del plurale nell'interrogatorio ("noi Vaccaro") e la reticenza su una successiva composizione della lite con Renato Grasso, elementi che avrebbero rafforzato l'apparenza di contiguità con l'attività criminale. Per questi motivi la Corte ha ritenuto sussistente la colpa grave che ha giustificato il rigetto della domanda di riparazione. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese in favore del Ministero resistente, liquidate in euro 1.000.

Norme richiamate

  • art. 513-bis cod. pen.

    Norma sostanziale contestata per il reato di concorrenza sleale continuata; nella vicenda ha rappresentato il capo di imputazione originario attorno al quale si è sviluppata l'indagine cautelare.

  • art. 7, L. 203/1991

    Aggravante applicata alla contestazione di concorrenza sleale; ha inciso sul quadro indiziario che ha giustificato l'adozione della misura cautelare.

  • art. 416 cod. pen.

    Contestazione connessa (associazione a delinquere) per la quale l'imputato veniva indagato; la successiva assoluzione ha riguardato la mancata prova della partecipazione.

  • art. 530, comma 2, cod. proc. pen.

    "perché il fatto non sussiste"

    Norma del processo di cognizione che consente l'assoluzione con formula piena; nella vicenda il Tribunale ha assolto l'imputato con questa formula, che divenne irrevocabile.

  • art. 314 cod. proc. pen.

    Norma regolante il giudizio di riparazione per ingiusta detenzione; nella valutazione della colpa grave il giudice della riparazione deve compiere una valutazione autonoma, ex ante, su tutti gli elementi probatori disponibili per stabilire se l'imputato abbia causato la misura cautelare con dolo o colpa grave.

Massime di principio

  • Il giudizio di riparazione è autonomo rispetto al giudizio di cognizione: il rigore probatorio dell'assoluzione ("oltre ogni ragionevole dubbio") non impedisce al giudice della riparazione di valutare, con diverso standard, se vi sia stata colpa grave che abbia determinato l'apparenza di illiceità.
  • La colpa grave ai fini della riparazione può emergere da condotte extraprocessuali (es. gestione imprenditoriale collegata a soggetti poi ritenuti contigui alla criminalità) e da comportamenti processuali (es. reticenze, atteggiamenti che creano l'identificazione con un gruppo), purché motivati con elementi concreti.
  • Un'assoluzione nel merito non esclude automaticamente l'uso di elementi investigativi nel giudizio di riparazione, salvo che tali elementi siano stati dichiarati inutilizzabili o totalmente neutralizzati nel processo penale.
  • La semplice partecipazione societaria o la titolarità di quote può, se accompagnata da circostanze concrete (rapporto operativo stretto con un soggetto condannato, esecuzione di direttive, omissione di vigilanza), costituire indizio rilevante per la colpa grave in riparazione.
  • Per difendersi efficacemente in giudizio di riparazione è importante documentare specifiche attività di controllo, dissociazione o opposizione rispetto a condotte illecite del cointeressato, produrre trascrizioni integrali di interrogatori e contestare la utilizzabilità/credibilità delle dichiarazioni investigative.
  • Nel contestare una decisione di rigetto è utile focalizzarsi non solo sull'esito dell'assoluzione, ma sul fatto che il giudice della riparazione non può ricostruire colpe rilevanti basandosi su mere presunzioni non supportate da elementi di prova specifici.

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