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Sentenza

Sentenza n. 608/2026 - Roma, Sezione 5Q

Per l'annullamento DEL DINIEGO DI VISTO D’INGRESSO PER LAVORO SUBORDINATO dell’Ambasciata d’Italia a Islamabad.

Giustizia amministrativa202402543

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale
TAR Lazio - Roma, Sez. V quaterSentenzaAzione di annullamento

Atto impugnato: diniego di visto d’ingresso per lavoro subordinato adottato dall’Ambasciata d’Italia a Islamabad

Esito

ACCOGLIMENTO

Favorevole al ricorrente (cittadino straniero)

Prevale il privato

La controversia

Il ricorrente ha impugnato il diniego di visto, preceduto da un preavviso di rigetto, sostenendo il difetto di istruttoria, l’insufficienza e incongruità della motivazione e l’eccesso di potere. L’amministrazione aveva fondato il diniego sui dubbi circa le effettive intenzioni dell’interessato, ritenendo che lo scopo esclusivo della richiesta fosse il ricongiungimento in Italia con il fratello. Il ricorrente ha contestato che tali dubbi fossero adeguatamente documentati e motivati.

La decisione

Il TAR ha accolto il ricorso e annullato il diniego. Ha ritenuto decisivo che l’amministrazione, pur richiamando una presunta intervista del 9 agosto 2023 dalla quale sarebbero emersi dubbi sulle reali intenzioni del richiedente, non avesse depositato il verbale del colloquio consolare previsto dall’art. 4, comma 2, secondo periodo, del DI 11 maggio 2011, che avrebbe dovuto essere verbalizzato ai sensi degli artt. 2699 e 2700 c.c. In assenza di tale documento, il diniego si è risolto in una mera conferma del preavviso di rigetto, priva del necessario supporto istruttorio e motivazionale. Il giudice ha inoltre precisato che, nel riesercizio del potere, la rappresentanza diplomatica non potrà reiterare il diniego sulla base delle medesime risultanze istruttorie già acquisite. Il MAECI è stato condannato al pagamento delle spese di lite, liquidate in euro 1.500, oltre accessori, rimborso del contributo unificato e distrazione in favore del difensore antistatario.

Norme richiamate

  • art. 4, comma 2, secondo periodo, DI 11/5/2011

    Il colloquio consolare richiamato dall’amministrazione quale base della valutazione sulle intenzioni del richiedente deve risultare documentato mediante verbalizzazione.

  • artt. 2699 e 2700 c.c.

    Il colloquio consolare avrebbe dovuto essere verbalizzato secondo le forme degli atti pubblici, così da fornire il supporto documentale alla motivazione del diniego.

  • art. 52, commi 1 e 2, d.lgs. 196/2003

    La disposizione è stata richiamata quale base per l’oscuramento delle generalità della parte.

  • artt. 5 e 6 Regolamento (UE) 2016/679

    Le disposizioni sono state richiamate, unitamente alla disciplina nazionale, a tutela dei diritti e della dignità della parte interessata mediante oscuramento delle generalità.

Massime di principio

  • Quando il diniego di visto è fondato su dubbi circa le effettive intenzioni del richiedente emersi durante un colloquio consolare, l’amministrazione deve documentare tale colloquio mediante il verbale previsto dalla disciplina applicabile; in mancanza, la motivazione del diniego risulta priva del necessario supporto istruttorio.
  • La mera riproduzione o conferma del preavviso di rigetto non è sufficiente a motivare il diniego di visto se le circostanze poste a fondamento della decisione non sono corroborate dalla documentazione istruttoria richiamata dall’amministrazione.
  • L’annullamento di un diniego per carenza dell’istruttoria impedisce all’amministrazione, nel riesercizio del potere, di reiterare il medesimo diniego sulla base delle stesse risultanze istruttorie già acquisite.

Come è indicizzato

MaterieEmersione, decreto flussi e nulla ostaMotivazione del provvedimento
RamiImmigrazione e cittadinanzaProcedimento amministrativo
IstitutiDifetto di istruttoriaDifetto di motivazioneEffetto conformativo e riedizione del potere

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