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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 3312/2022 del 31/01/2022

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Ricorso per ottenere la riparazione ex art. 314 cod. proc. pen. per ingiusta detenzione subita dopo decreto di fermo dell'11/12/2013 per estorsione aggravata; detenzione in carcere dal 14/12/2013 al 7/1/2014 e poi arresti domiciliari fino all'11/11/2015; proscioglimento con sentenza del Tribunale di Napoli dell'11/11/2015 (divenuta irrevocabile). Il ricorrente deduceva che la Corte d'Appello aveva letto i fatti in chiave colpevolista, decontestualizzando isolati elementi e non valutando il suo ruolo di paciere/intermediario (ruolo, secondo il ricorrente, giustificato dal rapporto di parentela e dalla sua attività di barbiere nota in loco). Inoltre contestava la legittimità di limiti alla riparazione in contrasto con l'art. 5 CEDU e chiedeva che la Corte di Cassazione annullasse l'ordinanza impugnata.

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Sul secondo motivo (violazione di norme costituzionali o CEDU) la Corte ha ritenuto il motivo inammissibile in Cassazione, rimarcando che la questione andava proposta quale questione di legittimità costituzionale. Ha altresì ribadito che l'art. 5 § 5 CEDU tutela il 'right to compensation' solo rispetto a detenzioni illegittime ex ante e che il sistema italiano (art. 314 cod. proc. pen. e relative interpretazioni) è stato ritenuto compatibile con la CEDU dalla giurisprudenza europea. Quanto al primo motivo, la Corte ha ritenuto manifestamente infondato il relativo censura: la Corte d'Appello aveva valutato in modo logico e congruo che il Laezza aveva tenuto condotte gravemente colpose e sinergiche con l'attività estorsiva (presenza in fasi rilevanti, frasi riferite, telefonate per richiedere pagamenti, incasso e annotazione delle rate), circostanze non smentite dalla sentenza di assoluzione. Perciò è stata confermata l'assenza del diritto alla riparazione. Il ricorrente è stato condannato alle spese processuali, alla rifusione delle spese in favore del resistente e al pagamento di una somma a titolo di sanzione pecuniaria (euro 3.000).

Norme richiamate

  • art. 314 cod. proc. pen.

    chi "è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perche il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perche il fatto non costituisce reato o non e previsto dalla legge come reato, ha diritto a un'equa riparazione per la custodia cautelare subita, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave"

    La Corte interpreta la norma nel senso che il diritto all'indennizzo è escluso se l'interessato ha dato causa, con dolo o colpa grave, all'instaurazione o al mantenimento della misura; il giudice della riparazione deve accertare d'ufficio l'assenza di tale causa valutando la condotta anteriore e successiva alla misura

  • art. 5 CEDU, comma 5

    garantisce il diritto a un 'right to compensation' in caso di privazione della liberta illegittima (diritto alla riparazione)

    La Corte ricorda che l'art. 5 § 5 CEDU tutela in primo luogo i casi di illegittimita ex ante della privazione di liberta; una sentenza di assoluzione non rende automaticamente illegittima la misura cautelare adottata. Inoltre la compatibilita del regime italiano con la CEDU e stata gia' riconosciuta dalla Corte EDU (es. N.C. v. Italia).

  • art. 606 cod. proc. pen., lett. b)

    Secondo la Corte la censura fondata sulla presunta violazione di norme costituzionali o CEDU non e' ammissibile in Cassazione con il vizio previsto dall'art. 606 lett. b), dovendosi invece proporre questione di legittimita' costituzionale

  • art. 646 cod. proc. pen. (secondo capoverso e comma terzo) e art. 315 cod. proc. pen.

    La Cassazione ricorda che il sindacato in sede di cassazione sul provvedimento di riparazione e' limitato alla legittimita' e alla congruita' logica della motivazione, nei limiti previsti dall'art. 606 cod. proc. pen., e non travalica al merito sostanziale

  • art. 43 cod. pen.

    La nozione di colpa, ai fini dell'art. 314, e' quella codicistica: colpa come negligenza, imprudenza o imperizia; la colpa grave ostacola il diritto alla riparazione se ha creato una situazione prevedibile di intervento dell'autorita' giudiziaria

Massime di principio

  • La mera assoluzione con formula perche il fatto non costituisce reato non esclude automaticamente l'assenza di responsabilita' personale ai fini della riparazione: bisogna valutare se l'interessato abbia dato causa con dolo o colpa grave alla misura cautelare
  • In Cassazione non e' ammissibile dedurre direttamente la violazione della CEDU o della Costituzione ai sensi dell'art. 606 lett. b); tali censure devono essere proposte come questioni di legittimita' costituzionale quando necessario
  • L'art. 5 CEDU tutela il diritto alla riparazione soprattutto per detenzioni illegittime ex ante; l'esito del processo di merito (assoluzione) non e' di per se sufficiente a dimostrare l'illegittimita' della misura adottata
  • Nel giudizio di riparazione il giudice valuta autonomamente tutti gli elementi e puo' ritenere che condotte dell'istante (anche non costituenti reato) abbiano creato una situazione di affidamento e di allarme tale da giustificare l'intervento delle autorita', escludendo il diritto all'indennizzo
  • La condotta da valutare comprende comportamenti anteriori e successivi alla privazione della liberta' e va verificata con il parametro dell'id quod plerumque accidit: presenza attiva in fasi rilevanti, comunicazioni telefoniche, gestione di pagamenti e annotazioni possono integrare colpa grave
  • Il controllo della Cassazione nel giudizio di riparazione e' limitato alla legittimita' e alla logicita' della motivazione della corte territoriale, non a un nuovo esame pieno del merito
  • Chi propone ricorso infondato puo' essere condannato alle spese e a sanzioni pecuniarie; e' pertanto opportuno documentare e circostanziare adeguatamente le proprie censure in primo grado

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