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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 21132/2023 del 17/05/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente ha impugnato l'ordinanza che confermava la misura cautelare emessa dal G.i.p. per reati riconducibili all'art. 416-bis c.p. e a reati di usura, tentata estorsione e truffa aggravata, deducendo: 1) vizio di motivazione e apparente trattazione del reato associativo; 2) insufficienza della gravità indiziaria a fondamento della partecipazione associativa, con richiamo al rapporto di parentela e ad attestazioni di estraneità; 3) carenza di gravi indizi per usura e tentata estorsione, sostenendo mera conoscenza delle vicende e interventi non contributivi; 4) assenza del dolo nella truffa aggravata e presunta condotta obbligata per timore di ritorsioni; 5) mancata sussistenza delle esigenze cautelari data la personalità e la posizione di incensurato del ricorrente. Il ricorso mirava a una riconsiderazione delle risultanze intercettive e delle valutazioni fattuali del Tribunale del riesame.

La decisione

La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le censure proposte fossero, in larga parte, richieste di diversa valutazione dei fatti e delle intercettazioni e/o generiche, non rientranti nei limiti di ammissibilità del ricorso cautelare. Il rigetto si fonda sul principio per cui il sindacato di legittimità non può sostituirsi alla valutazione di merito circa l'attendibilità delle fonti e la concludenza dei dati indiziari; le censure generiche e le alternative ricostruzioni dei fatti sono pertanto inammissibili. Conseguentemente il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e a versare la somma di euro tremila alla cassa delle ammende.

Norme richiamate

  • art. 416-bis cod. pen.

    La norma è stata interpretata come fondamento della misura cautelare, con i giudici che hanno ritenuto sussistente la partecipazione del ricorrente a un'associazione mafiosa in ragione del contributo operativo e della condivisione delle strategie illecite.

  • principio di ammissibilità del ricorso cautelare (giurisprudenza: Sez. 6, n. 14958 del 05/03/2019, Orlando, Rv. 275538)

    Sez. 6, n. 14958 del 05/03/2019, Orlando, Rv. 275538

    Il ricorso in materia cautelare è ammissibile solo per violazione di norme specifiche o per manifesta illogicità della motivazione; non è ammesso per proporre una diversa ricostruzione dei fatti o per riesaminare l'attendibilità delle fonti.

Massime di principio

  • In sede di ricorso cautelare alla Corte di legittimità non è possibile ottenere la riconsiderazione degli elementi di fatto già valutati dal giudice di merito: le censure devono mirare a vizi di diritto o a palese illogicità della motivazione.
  • Censure generiche sulla presunta "apparenza" della motivazione o affermazioni non dettagliate sulle presunte omissioni motivazionali sono inammissibili; è necessario indicare con precisione quali passaggi siano carenti o contraddittori.
  • Interventi che, pur mostrati come tentativi di mediazione o richiesta di prudenza, rientrino in un quadro investigativo più ampio e siano corroborati da atti e dichiarazioni di collaboratori possono essere valutati come contributo partecipativo a reati di usura/estorsione.
  • La pretesa di essere stato 'costretto' ad assecondare iniziative illecite richiede elementi probatori concreti: mera affermazione di timore non basta a escludere la volontarietà quando le risultanze indicano una partecipazione attiva.
  • Per la valutazione delle esigenze cautelari i giudici considerano non solo la posizione formale (es. incensuratezza) ma anche la personalità negativa, la capacità delinquenziale dimostrata, l'eventuale radicamento e i rapporti con vertici dell'associazione; tale valutazione è difficilmente sindacabile in sede di ricorso se adeguatamente motivata.

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