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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 18656/2026 del 25/05/2026

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione avverso la conferma in appello della condanna per il delitto di cui all'art. 4 del d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 (dichiarazione infedele). Il ricorrente deduceva: 1) vizio di motivazione e violazione dell'art. 4, sostenendo che la dichiarazione integrativa del dicembre 2017 riguardava solo una errata classificazione di voci contabili (applicabilità dell'ipotesi di non punibilità di cui al comma 1-bis) e che l'errore sarebbe da imputare esclusivamente al commercialista incaricato, il quale agì autonomamente; contestava inoltre l'accertamento del dolo specifico, lamentando una confusione con la responsabilità colposa per mancata vigilanza; 2) violazione dell'art. 20-bis c.p. per il rigetto della richiesta di pene sostitutive, con censura sulla motivazione relativa ai precedenti e alla valutazione della personalità del condannato; 3) vizi nella motivazione sulla misura della pena e assenza di motivazione sulla durata delle pene accessorie.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato la maggior parte del ricorso, ritenendolo infondato o inammissibile, salvo su un punto formale. Sulla questione oggettiva, ha ritenuto non ammissibile in sede di legittimità la censura che invocava la sola errata classificazione (comma 1-bis), perché argomento di merito; ha confermato che in più punti la dichiarazione era infedele per omissione di ricavi (526.141,81 euro) e inserimento di passività fittizie (2.239.182,55 euro) con conseguente IRES elusa per 223.500,00 euro, oltre la soglia di punibilità, e ha ritenuto inattendibili le giustificazioni del commercialista. Sul profilo soggettivo, ha confermato che il dovere di vigilanza del legale rappresentante non è delegabile e che le modalità fraudolente delle operazioni dimostrano il dolo specifico richiesto dalla norma; quindi la doppia affermazione di responsabilità (primo grado e appello) è immune da censura. Quanto all'art. 20-bis c.p., ha ritenuto legittima la valutazione negativa dei precedenti da parte della Corte di appello e quindi il rigetto delle pene sostitutive, salvo che tale valutazione sia adeguatamente motivata (qui lo era). Sulla misura della pena la motivazione è stata ritenuta congrua. Tuttavia la Cassazione ha accolto il motivo relativo all'assenza di motivazione sulla durata delle pene accessorie: ha annullato la sentenza con rinvio limitatamente a quel profilo, rigettando il resto del ricorso.

Norme richiamate

  • d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 4

    La norma sul delitto di dichiarazione infedele è stata interpretata come integrata: la Corte ha ritenuto sussistente sia il profilo oggettivo (omissione di ricavi e inserimento di passività fittizie con evasione superiore alla soglia) sia il dolo specifico, sulla base delle modalità operative fraudolente riscontrate.

  • d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 4, comma 1-bis

    Il comma 1-bis, che esclude la punibilità per mera erronea classificazione di elementi esistenti, è stato ritenuto non applicabile nel caso concreto: la Corte ha stabilito che le incongruenze andavano oltre la semplice classificazione e consistevano in omissioni e voci fittizie, pertanto l'eccezione sollevata è una questione di merito non ammissibile in Cassazione.

  • cod. pen., art. 20-bis

    La norma sulle pene sostitutive delle pene detentive brevi è stata interpretata nel senso che il giudice può negare le misure alternative anche fondandosi sui precedenti penali, purché la valutazione sia specifica, concreta e motivata. La Corte ha ritenuto adeguata la motivazione della Corte di appello che ha negato le pene sostitutive sulla base di precedenti e della prognosi negativa.

  • Giurisprudenza della Corte di Cassazione (richiamata)

    Sez. 3, n. 9417 del 14/1/2020; Sez. 3, n. 9163 del 29/10/2009; Sez. 4, n. 36961 del 9/10/2025

    Richiamati precedenti che stabiliscono il principio della non delegabilità del dovere del contribuente in materia dichiarativa e i criteri per valutare l'idoneità dei precedenti a impedire l'accesso alle pene sostitutive; tali principi sono stati applicati per affermare la responsabilità del legale rappresentante nonostante l'intervento del professionista e per giustificare il rigetto delle pene sostitutive.

Massime di principio

  • La nomina di un commercialista non esonera il legale rappresentante dalla responsabilità penale per dichiarazioni infedeli: il dovere di vigilanza sulla veridicità della dichiarazione è personale e non delegabile.
  • La differenza tra mera errata classificazione (eventualmente non punibile ai sensi del comma 1-bis) e omissioni o inserimenti di voci fittizie è sostanziale: per l'esclusione della punibilità occorre dimostrare che si tratta esclusivamente di questioni di classificazione e non di inesistenze o occultamenti di ricavi.
  • In Cassazione, questioni interamente di merito (valutazione delle prove contabili, credibilità delle giustificazioni del consulente, ricostruzione fattuale) sono generalmente inammissibili o infondati se le decisioni di merito sono congruamente motivate e ancorate a risultanze istruttorie.
  • Per accertare il dolo specifico nei reati tributari, la Corte valuta non solo le singole voci contabili ma anche le modalita' operative complessive e l'entità dell'imposta evasa; comportamenti sistematici e artifici contabili corroborano il riconoscimento dell'intento fraudolento.
  • Il giudice può motivare negativamente l'accesso alle pene sostitutive anche sulla base di precedenti penali risalenti, se la valutazione è puntuale e dimostra una prognosi negativa rispetto alla finalità rieducativa o al rischio di recidiva.
  • La mancata motivazione su singoli effetti della condanna (ad esempio la durata delle pene accessorie) comporta vizio formale rilevante e può determinare l'annullamento con rinvio limitato a quel profilo.

Testo integrale

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