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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 32766/2023 del 27/07/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Ragno impugna l'ordinanza che ha rigettato l'istanza di riesame del sequestro preventivo di euro 273.000 disposto in relazione a ipotesi di corruzione (art. 319-ter c.p.). Contestava che le somme costituissero provento/"profitto" del reato trattandosi di compensi per attività professionali svolte regolarmente e in forza di contratti validi; inoltre deduceva che parte di quelle somme era stata corrisposta dal Ragno ad altro difensore (Avv. Lanucara) sulla base di fatture regolari e pertanto non poteva essere imputata al prezzo/profitto del reato. In sede di rinvio dalla Corte di Cassazione era stato chiesto al Tribunale di verificare se le somme liquidate al Ragno ma riferibili ad attività di terzi dovessero ritenersi escluse dal vincolo e, in caso positivo, a favore di chi dovesse essere disposta la restituzione.

La decisione

Il ricorso è stato rigettato. La Corte ha ritenuto infondati i rilievi del ricorrente: il Tribunale di Potenza ha ricostruito la vicenda corruttiva e individuato le somme corrisposte dall'ILVA all'Avv. Ragno come il "prezzo del reato" (l'utilità assicurata dal corruttore tramite l'accordo illecito con il pubblico ufficiale). I pagamenti successivi operati dal Ragno in favore dell'Avv. Lanucara sono stati qualificati come una scelta di destinazione autonoma del percettore del prezzo e come una voce di spesa interna che non incide sulla determinazione della misura del prezzo del reato; pertanto è stata confermata la permanenza del vincolo/confisca per l'ammontare indicato. Il ricorrente è stato altresì condannato al pagamento delle spese processuali.

Norme richiamate

  • art. 319-ter cod. pen.

    La Corte ha qualificato le somme liquidate all'Avv. Ragno come il "prezzo del reato" ai sensi della fattispecie corruttiva: non mero profitto personale ma utilità assicurata dal corruttore al terzo (Ragno) in virtù dell'accordo illecito con il pubblico ufficiale

  • art. 627, comma 3, cod. proc. pen.

    Il ricorrente invocava violazione di tale disposizione in relazione al riesame del sequestro; la Corte ha ritenuto che il Tribunale abbia fornito motivazione sufficiente e compiuta ricostruzione fattuale ai fini del mantenimento del vincolo, per cui il vizio prospettato è infondato

Massime di principio

  • Quando somme pagate a un professionista sono strettamente connesse a incarichi ottenuti mediante l'intervento illecito di un pubblico ufficiale, tali somme possono essere qualificate come "prezzo del reato" e sottoposte a vincolo/confisca anche se formalmente derivano da contratti o fatture regolari
  • I pagamenti che il percettore del prezzo del reato effettua successivamente a terzi per cooperative o collaborazioni interne sono, di norma, considerati scelte autonome di destinazione della somma percepita e non escludono automaticamente la misura del vincolo sull'intero importo inizialmente ricevuto
  • Per ottenere l'esclusione dal vincolo di porzioni di somme liquidate a chi è stato indennizzato dal percettore, è necessaria una prova chiara e specifica di incarichi autonomi e antecedenti rispetto all'illecito affidamento, nonché della effettiva titolarità del credito da parte del terzo
  • La legittimazione a chiedere restituzione o sgravio del vincolo compete prioritariamente al percettore delle somme sottoposte a sequestro; terzi dovranno dimostrare il proprio diritto in modo documentato e antecedente all'evento illecito
  • In sede di riesame del sequestro il giudice deve effettuare una ricostruzione fattuale dettagliata e motivata: il semplice richiamo a conclusioni generiche non è sufficiente, mentre una motivazione che colleghi fattualmente le somme al patto corruttivo rende legittimo il mantenimento del vincolo

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