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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 46734/2024 del 19/12/2024

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Ricorso per cassazione articolato in 4 motivi. 1) Violazione di legge e vizio di motivazione: la condanna si sarebbe basata esclusivamente sulle dichiarazioni eteroaccusatorie rese da Busato Marco, senza riscontri idonei a confermarne l'attendibilità. 2) Nullità del capo di imputazione (sub B): mancanza dell'indicazione della quantità di stupefacente e dei luoghi della presunta cessione. 3) Violazione di legge per l'utilizzo di dichiarazioni accusatorie che sarebbero frutto di sollecitazioni della polizia giudiziaria, non spontanee. 4) Nullità per omessa formulazione, da parte della Corte territoriale, dell'invito al prevenuto a chiedere l'applicazione di una sanzione alternativa ex art. 545-bis c.p.p.

La decisione

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso (soprattutto il primo motivo) ritenendo che la Corte di appello abbia illegittimamente fondato la condanna sulle sole dichiarazioni del coimputato Busato senza effettuare le necessarie verifiche di attendibilità e senza riscontri esterni logicamente collegati ai fatti contestati. È stato ritenuto insufficiente il riscontro costituito dal rinvenimento, settimane dopo, di stupefacente in possesso del ricorrente, perché privo di nesso specifico con le cessioni contestate. Perciò la sentenza impugnata è stata annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Venezia, che dovrà verificare la sussistenza degli elementi di prova richiesti dall'art. 192, comma 3, c.p.p. (gli altri motivi sono rimasti impregiudicati).

Norme richiamate

  • art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309/1990

    art. 73, comma 5, dPR n. 309 del 1990

    La Corte distrettuale aveva riqualificato i fatti come ipotesi di lieve entità ai sensi di questa disposizione; nella sentenza di cassazione la norma è richiamata in relazione alla riqualificazione operata dalla Corte territoriale.

  • art. 192, comma 3, cod. proc. pen.

    art. 192, comma 3, cod. proc. pen.

    Le dichiarazioni rese da soggetto imputato in procedimento connesso "sono valutate unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità". La Cassazione ha precisato che tali "altri elementi" devono avere un collegamento logico inequivocabile con i fatti dibattuti e non possono consistere in prove autonome e scollegate (es. altri reati commessi dall'imputato in momenti diversi).

  • art. 12, cod. proc. pen.

    Richiamato per qualificare il rapporto di connessione tra procedimenti: Busato era imputato in procedimento connesso, pertanto le sue dichiarazioni sono soggette alla disciplina dell'art. 192, comma 3.

  • art. 545-bis, cod. proc. pen.

    art. 545-bis cod. proc. pen.

    Norma che disciplina l'eventuale applicazione di sanzioni alternative: la mancata formulazione dell'invito a chiedere l'applicazione di una sanzione alternativa è stata denunciata come vizio dalla difesa e segnalata tra i motivi di impugnazione (rimasti impregiudicati dopo l'annullamento).

  • Corte di cassazione, Sez. II, 17 maggio 2013, n. 21171

    Giurisprudenza citata per i criteri di valutazione della credibilità e attendibilità della chiamata in correità: analisi della personalità del dichiarante, spontaneità, precisione, coerenza, costanza e riscontri esterni.

  • Corte di cassazione, Sez. II, 20 febbraio 2013, n. 8125

    Richiamata per affermare che gli 'altri elementi di prova' richiesti dall'art. 192, comma 3, non devono provare direttamente il fatto-reato ma devono solo confermare l'attendibilità della dichiarazione; tuttavia tali elementi devono essere logicamente collegati al thema probandum.

  • Corte di cassazione, Sez. I, 12 maggio 1995, n. 5466

    Richiamata per il principio che gli elementi di riscontro devono consentire un inequivocabile collegamento logico con i fatti del processo.

Massime di principio

  • Le dichiarazioni di un coimputato o di un imputato in procedimento connesso (chiamata in correità) non possono, per essere idonee a fondare una condanna, rimanere prive di riscontri esterni; la loro attendibilità richiede elementi di conferma logicamente collegati ai fatti contestati.
  • I riscontri esterni invocati ai sensi dell'art. 192, comma 3, c.p.p. non possono consistere esclusivamente in precedenti o successivi comportamenti del medesimo imputato non connessi temporalmente o materialmente con l'evento oggetto del processo (es. ritrovamento di stupefacente in occasione diversa), perché ciò introdurrebbe un inaccettabile criterio di 'tipo d'autore'.
  • Il giudice deve motivare in modo specifico sulla credibilità del dichiarante valutandone personalità, motivazioni, spontaneità, precisione, coerenza e costanza, e indicare i riscontri esterni che rafforzano le sue affermazioni.
  • Se la Corte territoriale si fonda soltanto su dichiarazioni eteroaccusatorie senza adeguata verifica e riscontri, la Cassazione può annullare la decisione e rinviare per nuovo esame.
  • La mancanza di elementi essenziali nell'imputazione (es. quantità di sostanza, luoghi) può integrare profili di nullità da valutare in sede di merito; tali questioni devono essere valutate dalla Corte d'appello in conformità ai principi di specificità dell'accusa.
  • Se sussistono profili procedurali rilevanti (ad es. omissione dell'invito a richiedere sanzioni alternative), tali censure vanno valutate e decise dalla corte che riesamina il caso dopo l'annullamento.

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