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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 20887/2023 del 16/05/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale
In breve

La Corte di Cassazione ha ritenuto fondato il ricorso per nullità della sentenza di appello per difetto assoluto di motivazione ai sensi dell'art. 125 c.p.p., perché la Corte territoriale non ha risposto al primo motivo di gravame relativo alla destinazione alla vendita dei capi. Ha annullato la sentenza impugnata e ha disposto il rinvio per nuovo esame alla Corte d'Appello di Napoli.

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il ricorso impugnava la sentenza della Corte d'Appello di Salerno che aveva confermato la condanna per ricettazione per il possesso, ritenuto destinato alla vendita, di 12 capi di abbigliamento con marchio contraffatto. In appello la difesa aveva dedotto, come primo motivo, che i capi erano stati acquistati per uso personale e non destinati alla vendita. La Corte territoriale non ha motivato sulla specifica deduzione difensiva (assenza di elementi idonei a dimostrare la destinazione alla vendita), limitandosi invece a considerazioni generali sulla natura del reato e sulla contraffazione.

Norme richiamate

  • art. 125 cod. proc. pen.

    Richiama il principio secondo cui la sentenza deve essere adeguatamente motivata; la Cassazione ha ritenuto nulla la decisione che non risponde ai motivi di appello e si limita a riprodurre la motivazione di primo grado.

  • art. 546 cod. proc. pen.

    Richiamato dalla difesa come parametro di violazione processuale; dal testo emerge che la censura principale accolta riguarda il difetto di motivazione (art.125 c.p.p.), mentre non è data una interpretazione esplicita e autonoma dell'art.546 nella motivazione della Cassazione.

  • art. 474 cod. pen.

    Norma sostanziale sul delitto relativo alla contraffazione; la Corte d'appello si è dilungata sulla natura del reato e sull'irrilevanza del carattere grossolano della contraffazione, ma non ha valutato specificamente gli indici della destinazione alla vendita.

  • art. 1, comma settimo, D.L. 14 marzo 2005, n. 35, conv. L. 14 maggio 2005, n. 80 (come modificato dalla L. 23 luglio 2009, n. 99)

    Riferimento normativo che distingue l'acquirente finale per uso personale, il quale può essere assoggettato a illecito amministrativo, dalla responsabilità penale del soggetto coinvolto nella catena di produzione/distribuzione dei prodotti contraffatti; la giurisprudenza citata indica che l'acquisto per uso personale non integra automaticamente il reato penale di ricettazione.

Massime di principio

  • La Corte d'appello è tenuta a motivare specificamente ogni motivo di gravame sollevato: la mancata risposta a un motivo rilevante determina la nullità della sentenza per difetto di motivazione (art. 125 c.p.p.).
  • Per distinguere il possesso per uso personale dalla detenzione ai fini di vendita occorrono elementi concreti: numero dei capi, presenza di esemplari multipli o uguali, eterogeneità di taglie, modalità di conservazione o esposizione (borsone vs esposizione su strada/bancarella), documentazione o strumenti di vendita, comportamento del soggetto al momento del controllo.
  • Il mero rinvenimento di capi contraffatti non è di per sé sufficiente a provare la destinazione alla vendita: la valutazione deve considerare il contesto fattuale e le circostanze specifiche del caso.
  • Se la difesa eccepisce l'assenza di elementi di destinazione commerciale, è indispensabile che il giudice di merito risponda puntualmente a tale censura; in difetto la Cassazione può annullare e rinviare per nuovo esame.
  • In caso di acquisto per uso personale, può configurarsi un illecito amministrativo (normativa sui marchi contraffatti) anziché responsabilità penale: la qualificazione dipende dalla ricostruzione fattuale operata dal giudice sulla base degli indizi.

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