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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 9407/2023 del 07/03/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

I ricorrenti impugnavano la sentenza di appello che li aveva ritenuti responsabili del reato di reimpiego/autoriciclaggio per avere impiegato nell'attività commerciale la somma di €230.000,00 ricevuta da Salvatore Milano. Denunciavano violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla dichiarazione di responsabilità e al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, rilevando una presunta contraddizione logica tra l'assoluzione di Milano e la loro condanna e sostenendo l'assenza degli elementi costitutivi del reato ovvero l'esistenza di un rapporto usuraio alternativo.

La decisione

La Corte di legittimità ha rigettato i ricorsi come infondati. Ha ritenuto che la Corte d'appello avesse fornito una motivazione coerente e completa, superando la presunta aporia tra l'assoluzione di Milano e la condanna degli odierni ricorrenti mediante un'unitaria ricostruzione delle relazioni e dei fatti. Ha valorizzato elementi probatori quali il "foglietto" contabile sequestrato, le intercettazioni che documentano la ricezione e la restituzione della somma, il rapporto decennale di conoscenza e fiducia e l'assenza di spiegazioni alternative plausibili (es. rapporto usuraio). Ha altresì ritenuto corretta la decisione di non riconoscere le attenuanti generiche alla luce dell'allarme sociale derivante dall'entità della somma e dal "calibro mafioso" del finanziatore. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.

Norme richiamate

  • art. 648-ter cod. pen.

    Ricostruito come fattispecie di reimpiego/autoriciclaggio; la Corte ha ritenuto sussistenti gli elementi costitutivi sulla base di prove documentali e intercettative che collegano la somma illecita all'attività commerciale dei ricorrenti

  • art. 132 cod. pen.

    Richiamato in relazione all'esercizio del potere discrezionale del giudice in materia di determinazione della pena e riconoscimento di attenuanti; la Corte ha motivato il mancato riconoscimento per ragioni di allarme sociale

  • art. 133 cod. pen.

    Richiamato come criterio di determinazione del trattamento sanzionatorio e bilanciamento dei fattori attenuanti/aggravanti; la Corte ha ritenuto prevalenti gli elementi aggravanti (ammontare della somma, collegamento con soggetto di calibro mafioso)

Massime di principio

  • La contraddizione apparente tra l'assoluzione di chi ha consegnato somme illecite e la condanna di chi le ha ricevute può essere superata da una valutazione unitaria delle posizioni e dei ruoli: occorre ricostruire il reale tenore dei rapporti e la dinamica degli scambi finanziari
  • Elementi documentali (registri, "foglietti") e conversazioni intercettate che dimostrino ricezione, utilizzo e successiva restituzione di somme illecite sono decisivi per configurare il reato di reimpiego/autoriciclaggio
  • La difesa deve proporre spiegazioni alternative e concrete (non solo ipotetiche) per scalfire la valutazione di reimpiego: semplici argomentazioni teoriche (es. presunta usura) non convincono se non supportate da elementi fattuali
  • Il fatto di essere incensurati non garantisce automaticamente il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche: il giudice può escluderle motivatamente in presenza di elementi di allarme sociale, rilevante entità della somma o collegamenti con soggetti di rilevanza criminale
  • Il riesame critico e la rivalutazione della prova in sede d'appello sono legittimi e possono giustificare una diversa ricostruzione rispetto al primo grado, purché la motivazione sia coerente e dia conto di tutte le censure

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