Cassazione Penale, Sentenza n. 44738/2022 del 24/11/2022
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeEsito
Favorevole al resistente
La controversia
Impugnazione dell'ordinanza che aveva rifiutato di autorizzare il ricorrente, detenuto agli arresti domiciliari e indagato per rapina aggravata, ad assentarsi per svolgere un'attività lavorativa presso la sede legale dell'azienda. Il difensore lamentava che l'autorizzazione non avrebbe snaturato la misura poiché il lavoro sarebbe svolto in ambiente isolato; inoltre si deduceva lo stato di assoluta indigenza del ricorrente, convivente con la madre anziana e priva di reddito, come motivo per consentire l'uscita lavorativa.
La decisione
La Corte di cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Sul primo motivo ha ritenuto che il ricorso sovrapponesse una valutazione di merito a quella del Tribunale, il quale aveva correttamente ritenuto che l'autorizzazione avrebbe consentito al ricorrente, indagato per rapina aggravata con un rilevante curriculum criminale, contatti non controllabili con clienti e colleghi, frustrando le esigenze della misura degli arresti domiciliari. Sul secondo motivo la Corte ha ritenuto che lo stato di indigenza non fosse provato: il ricorrente non ha prodotto documentazione idonea a dimostrare l'assenza di capacità reddituale, e la giurisprudenza richiede un accertamento rigoroso, pur senza una prova legale assoluta. Perciò il ricorso è stato dichiarato inammissibile; il ricorrente è stato condannato alle spese processuali e al pagamento di 3.000 euro a favore della Cassa delle ammende ai sensi dell'art. 616 c.p.p.
Norme richiamate
art. 616 cod. proc. pen.
Ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento
La norma è stata applicata per imporre le spese processuali e la somma a favore della Cassa delle ammende per il ricorso dichiarato inammissibile
Giurisprudenza della Corte di Cassazione (Sez.2, sent. n. 53646 del 22/09/2016, Condorelli)
In tema di autorizzazione dell'imputato sottoposto agli arresti domiciliari ad assentarsi per svolgere un'attività lavorativa, la situazione di assoluta indigenza deve essere valutata, stante l'eccezionalità della previsione, secondo criteri di particolare rigore, che non possono però spingersi sino a pretendere una sorta di prova legale della condizione di impossidenza del nucleo familiare dell'indagato, pur essendo legittimo rifiutare l'autorizzazione in assenza di qualsiasi documentazione che dimostri lo stato economico prospettato
La Corte ha richiamato questo principio per affermare che l'indigenza invocata dal ricorrente non era adeguatamente documentata e che il giudice può legittimamente negare l'autorizzazione in assenza di prove documentali
Massime di principio
- Il giudice valuta con attenzione e rigore le richieste di uscita per lavoro mentre permangono esigenze cautelari: va valutato il rischio di contatti non controllabili con terzi che possano compromettere le finalità della misura
- La situazione di "assoluta indigenza" invocata per ottenere l'autorizzazione agli arresti domiciliari richiede documentazione probatoria: non è necessaria una prova legale assoluta, ma l'assenza di qualsiasi documento giustifica il rifiuto
- La Cassazione non sostituisce la valutazione del merito operata dal giudice del riesame con la propria se la motivazione del giudice è congrua e fondata su elementi di rischio per la misura
- Presentare ricorsi privi di adeguata documentazione o basati su mere affermazioni personali può comportare l'inammissibilità e sanzioni economiche (spese e ammende)
- In casi simili è prudente produrre documenti economici (es. dichiarazioni fiscali, attestazioni di reddito o certificazioni assistenziali) e descrizioni operative del luogo di lavoro per dimostrare l'effettiva mancanza di contatti o la possibilità di controllo
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