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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 11148/2023 del 15/03/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impetrazione in cassazione avverso il decreto della Corte d'appello che aveva confermato il decreto del Tribunale di Genova del 10/03/2022 che aveva applicato a Baratto la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale di P.S. per anni due con obbligo di soggiorno e la confisca di immobili ritenuti acquistati con provvista illecita. Il ricorso, con unico motivo, denunciava violazione di legge (art. 1 e art. 24 d.lgs. n. 159/2011) per omissione di considerazione degli elementi difensivi: in particolare si contestava la ritenuta attualità e persistenza della pericolosità sociale e la legittimità della provvista usata per gli acquisti (si richiamava una donazione paterna di euro 98.000 e altra documentazione che, secondo la difesa, dimostrerebbe la provenienza lecita dei fondi e la insufficiente prova di habitus criminoso abituale).

La decisione

La Corte di cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo che esso mirasse a una rivalutazione del merito e non a dedurre una violazione di legge ammissibile in sede di legittimità. La Suprema Corte ha ritenuto che la motivazione della Corte d'appello fosse completa e congrua: essa aveva valutato la sussistenza della persistenza e attualità della pericolosità sociale sulla base dei precedenti penali (reati di furto e truffa 2016-2018) e della contestata partecipazione a un'associazione per delinquere per reati analoghi nel 2019-2020; aveva inoltre accertato una sproporzione tra redditi leciti dichiarati e acquisti effettuati nel quinquennio 2015-2019, respingendo la documentazione difensiva per mancanza di elementi probatori idonei (assenza di prova certa su data/entità della donazione, mancanza di prova di redditi stabili documentabili, insufficienza degli altri apporti dichiarati). Conseguentemente il ricorso è stato respinto come inammissibile; il ricorrente è stato condannato alle spese processuali e al versamento di euro 3.000 alla Cassa delle ammende.

Norme richiamate

  • d.lgs. n. 159 del 2011 (codice antimafia e delle misure di prevenzione)

    art. 1, comma 1, lett. b; art. 10, comma 3; art. 27, comma 2; art. 24

    L'art. 1 lett. b) definisce la nozione di pericolosità sociale da valutare in termini di persistenza e attualità; l'art. 10 c.3 e l'art. 27 c.2 limitano l'impugnabilità in Cassazione dei decreti emessi in materia di misure di prevenzione alle ipotesi di violazione di legge (comprendendo motivazione inesistente o apparente). L'art. 24 è evocato dal ricorrente per censurare la violazione di norme sostanziali o procedurali relative alle misure di prevenzione.

  • Sentenza Corte Costituzionale n. 24 del 24/01/2019

    Richiamata dalla Corte d'appello come criterio orientativo nella valutazione del bilanciamento tra garanzie e misure preventive e nella determinazione dei requisiti di attualità e persistenza della pericolosità sociale.

  • Giurisprudenza della Cassazione richiamata

    Sez. 2 6, n. 33705 del 15/06/2016 (Caliendo); Sez. 6, n. 21525 del 18/06/2020 (Mulè); Sez. U, n. 33451 del 29/05/2014 (Repaci)

    Principio consolidato che in materia di misure di prevenzione il ricorso per cassazione è ammissibile soltanto per violazione di legge, comprensiva della motivazione inesistente o meramente apparente: non è consentita in sede di legittimità una nuova valutazione del merito o la semplice censura sulla valutazione della prova, salvo che manchi del tutto la motivazione o questa sia talmente carente da risultare incomprensibile.

Massime di principio

  • In materia di misure di prevenzione personali e reali, il ricorso in Cassazione è ammesso solo per vizi di diritto: motivazione assente o apparente (priva dei minimi requisiti di coerenza e completezza). Non è consentito chiedere la rivalutazione del merito o la diversa valutazione delle prove già esaminate dai giudici di merito.
  • Per contrastare una misura di prevenzione o una confisca di prevenzione è essenziale offrire documentazione precisa e documentabile sulla provenienza lecita delle somme (date, importi, riscontri bancari, atti formali di donazione con data certa, dichiarazioni fiscali coerenti). Allegazioni generiche o prive di riscontro temporale ed elementare documentazione saranno probabilmente ritenute insufficienti.
  • I giudici di merito possono desumere la 'abitualità' o la dedizione ad attività illecite dalla continuità temporale, dalla diffusione geografica delle condotte e dalla sproporzione tra redditi leciti e acquisti/beni posseduti; per confutare tali deduzioni occorre prova documentale che scardini ognuno di questi elementi (prove di reddito regolari, tracciabilità dei pagamenti, documenti che attestino l'acquisizione lecita della provvista).
  • Se si intende impugnare con successo la motivazione del giudice di merito, bisogna dimostrare che manca del tutto la considerazione di un elemento potenzialmente decisivo (non semplicemente che la valutazione è errata): occorre indicare con precisione quale prova è stata ignorata e perché, e dimostrare che, se valutata, avrebbe potuto determinare un esito diverso.
  • In fase di instaurazione e deposito difensivo è utile predisporre sin dall'origine documentazione ordinata e riscontrabile (atti notarili, bonifici, estratti conto, ricevute di pagamento, contratti di compravendita) e, se possibile, perizie o relazioni tecniche che colleghino temporalmente le disponibilità economiche dichiarate agli acquisti contestati.

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