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Sentenza

Sentenza n. 1885/2026 - Milano, Sezione 2

per l'annullamento previa sospensione, dell’ordinanza dirigenziale-OMISSIS- del 10 febbraio 2023 con la quale il Comune di Gallarate ordinava il divieto di prosecuzione dell’attività di vendita presso il domicilio del consumatore e quella di commercio di vicinato in -OMISSIS-.

Giustizia amministrativa202300830

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale
TAR Lombardia - Milano, Sez. IISentenzaAzione di annullamento

Atto impugnato: ordinanza dirigenziale che vietava la prosecuzione dell'attività di vendita presso il domicilio dei consumatori e dell'attività di commercio di vicinato

Esito

RIGETTO

Favorevole al resistente (comune)

Prevale l’amministrazione

La controversia

La ricorrente aveva presentato una SCIA per l'esercizio della vendita presso il domicilio dei consumatori e una SCIA per l'apertura di un esercizio di commercio di vicinato. Il Comune, consultando il Casellario giudiziale, accertava che il titolare dell'impresa individuale era stato condannato con sentenza irrevocabile a otto anni e sei mesi di reclusione per riduzione in schiavitù continuata e in concorso, tratta e commercio di schiavi continuati e in concorso e minaccia in concorso, con pene accessorie interdittive. Il Comune adottava quindi un'ordinanza di divieto di prosecuzione delle attività. La ricorrente deduceva violazione degli artt. 5 e 22 della l. n. 241/1990 e dell'art. 71 del d.lgs. n. 59/2010, contestando la legittimità dell'intervento amministrativo. Il Comune sosteneva invece che la condanna definitiva integrasse una causa ostativa vincolante ai sensi dell'art. 71 del d.lgs. n. 59/2010 e che il titolare non avesse i requisiti morali necessari per l'accesso e l'esercizio delle attività commerciali. La domanda cautelare era stata già respinta per insussistenza del fumus boni iuris.

La decisione

Il TAR ha respinto il ricorso e ha condannato la ricorrente al pagamento di € 2.000,00 per spese di giudizio. Il Collegio ha ritenuto legittimo che il legislatore impedisca l'esercizio di attività imprenditoriali a chi abbia riportato condanne definitive per condotte gravemente lesive della persona e della convivenza civile. Una volta intervenuta la condanna penale irrevocabile, l'amministrazione e il giudice amministrativo non possono sindacare le ragioni o le circostanze della responsabilità penale accertata. La condanna risultante dal Casellario giudiziale costituiva un atto pubblico assistito da fede privilegiata e integrava la circostanza ostativa prevista dall'art. 71 del d.lgs. n. 59/2010. La disciplina è stata qualificata come compiuta e vincolante, senza margini per valutazioni discrezionali o interpretazioni estensive. Il divieto permane per il periodo previsto dalla legge, salvo riabilitazione; dagli atti non risultava che il titolare avesse ottenuto la riabilitazione ai sensi dell'art. 178 c.p. Il Comune aveva pertanto legittimamente vietato la prosecuzione delle attività. La decisione è stata assunta applicando il principio della ragione più liquida, ritenendo assorbite o comunque non rilevanti le ulteriori doglianze non esaminate espressamente.

Norme richiamate

  • art. 71 d.lgs. n. 59/2010

    Non possono esercitare l'attività di somministrazione di alimenti e bevande coloro che si trovano nelle condizioni di cui al comma 1...

    La condanna penale irrevocabile per i reati contemplati dalla disposizione preclude l'accesso e l'esercizio dell'attività commerciale; il divieto opera in modo vincolato e senza margini per apprezzamenti discrezionali, salvo riabilitazione.

  • art. 178 c.p.

    estinzione delle pene accessorie e degli altri effetti penali derivanti dalla condanna penale

    La riabilitazione reintegra il condannato nella capacità giuridica e costituisce, secondo la sentenza, il presupposto per il venir meno degli effetti ostativi della condanna.

  • art. 5 l. n. 241/1990

    Richiamato dalla ricorrente tra le norme asseritamente violate; la censura è stata respinta nel quadro del rigetto del ricorso.

  • art. 22 l. n. 241/1990

    Richiamato dalla ricorrente tra le norme asseritamente violate; la censura è stata respinta nel quadro del rigetto del ricorso.

  • art. 52, commi 1 e 2, d.lgs. n. 196/2003

    Ha costituito il presupposto per disporre l'oscuramento delle generalità e degli altri dati identificativi della parte ricorrente.

  • art. 9, paragrafo 1, Regolamento (UE) 2016/679

    Richiamato, insieme alla normativa nazionale sulla privacy, a tutela dei diritti e della dignità della parte interessata mediante oscuramento dei dati identificativi.

Massime di principio

  • Quando una disciplina legislativa subordina l'accesso o la prosecuzione di un'attività commerciale al possesso di requisiti morali, una condanna penale irrevocabile rientrante nelle fattispecie ostative determina la perdita del requisito e legittima l'adozione di un provvedimento vincolato di divieto o cessazione dell'attività.
  • L'amministrazione e il giudice amministrativo non possono rivalutare le ragioni, le circostanze o la colpevolezza accertate con sentenza penale irrevocabile; ai fini amministrativi rileva l'esistenza della condanna definitiva risultante dal Casellario giudiziale.
  • Il divieto derivante dalla condanna permane per il periodo stabilito dalla legge e viene meno, prima della scadenza quando previsto, soltanto in presenza della riabilitazione, della quale deve essere fornita prova.
  • In presenza di una causa ostativa tipizzata dalla legge, l'amministrazione non dispone di margini per introdurre valutazioni discrezionali o interpretazioni estensive della disciplina, dovendo limitarsi ad accertare la condanna e l'eventuale riabilitazione.

Come è indicizzato

MaterieIndustria, artigianato e attività produttiveSCIA e liberalizzazioni
RamiCommercio e attività produttiveProcedimento amministrativo
IstitutiPrincipio di legalità e tipicitàDiscrezionalità amministrativa e tecnica

Testo integrale

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