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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 2185/2022 del 19/01/2022

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Richiesta di riparazione per ingiusta detenzione avanzata da Gjuta Selaudin; il Ministero ha impugnato l'ordinanza di accoglimento sostenendo che la domanda fosse inammissibile perché il provvedimento restrittivo era fondato anche su un'imputazione (art. 611 c.p., relazione art. 339 c.p.) estinta per prescrizione ma comunque idonea, autonomamente, a giustificare la custodia cautelare; inoltre il Ministero ha dedotto la sussistenza di dolo o colpa grave del richiedente per dichiarazioni false/reticenti in interrogatorio e per ritrattazioni non genuine che avrebbero ostato al riconoscimento dell'indennizzo.

La decisione

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero, ritenendo che la Corte d'appello non avesse applicato il consolidato orientamento secondo cui, se la misura cautelare è stata legittimata anche da una delle imputazioni, la condanna o il proscioglimento non di merito relativo a tale imputazione impedisce il sorgere del diritto alla riparazione. Ha inoltre rilevato la mancata valutazione adeguata della genuinità delle ritrattazioni e del grado della colpa (la corte di merito aveva affermato apoditticamente una "colpa lieve"). Per questi motivi l'ordinanza impugnata è stata annullata e la causa rinviata alla Corte d'appello di Firenze per nuovo giudizio, con regolazione delle spese rimessa alla corte d'appello.

Norme richiamate

  • art. 314 cod. proc. pen.

    Norma centrale sulla riparazione per ingiusta detenzione: la Corte ha ricordato che esclude il diritto all'indennizzo la condotta dolosa o la colpa grave, e ha richiamato la regola che se la custodia è stata legittimata anche da un'unica imputazione idonea, il diritto alla riparazione non sorge.

  • art. 611 cod. pen.

    Reato per il quale intervenne estinzione per prescrizione; la Corte ha ritenuto che tale imputazione, punita con pena fino a cinque anni, fosse comunque idonea a giustificare la custodia cautelare e quindi a incidere sul diritto all'indennizzo.

  • art. 339 cod. pen.

    Norma richiamata nella contestazione collegata all'art. 611; utilizzata per ricostruire l'oggetto delle imputazioni cui si riferiva la misura cautelare.

  • art. 280, comma 2, cod. proc. pen. (novellato dalla legge 9 agosto 2013, n. 94)

    La Corte ha chiarito che la modifica che ha innalzato il limite di pena per la custodia cautelare da quattro a cinque anni è successiva al fatto e quindi non applicabile retroattivamente al caso in esame; ne deriva che la precedente disciplina va considerata per valutare l'idoneità dell'imputazione a giustificare la custodia.

  • art. 1227, comma 2, cod. civ.

    Richiamato nel motivo relativo alla quantificazione e responsabilità: rilevanza nell'ambito della valutazione della responsabilità civile e del nesso causale tra condotta e danno (richiamo censito dalla parte ricorrente, la Corte ha comunque trattato la colpa nella fase di ammissibilità).

  • art. 2055, comma 3, cod. civ.

    Norma citata con riferimento ai criteri di quantificazione del danno e all'effetto della colpa sinergica; la Corte ha osservato che la colpa sinergica incide non solo sul quantum ma anche sull'ammissibilità dell'indennizzo.

  • art. 500, comma 4, cod. proc. pen.

    Procedimento speciale per valutare la genuinità delle ritrattazioni: la Corte ha ricordato che il giudice della riparazione può avvalersi degli accertamenti ex art. 500, comma 4, per stabilire se ritrattazioni e dichiarazioni non siano state spontanee e genuine, e che ciò può ostare all'indennizzo.

  • art. 43 cod. pen.

    La nozione di colpa da applicarsi è quella codicistica; la Corte ha richiamato che la colpa grave (o dolo) ostano al riconoscimento dell'indennizzo e che occorre una valutazione motivata del grado di colpa.

Massime di principio

  • Se la custodia cautelare si fonda su più imputazioni, la presenza di una condanna o di un proscioglimento non di merito (o di un titolo estintivo) per una di esse che fosse comunque idonea ad autorizzare la misura impedisce, in linea di principio, il riconoscimento della riparazione per ingiusta detenzione rispetto all'intero periodo custodiale.
  • Il proscioglimento per prescrizione non elimina automaticamente la rilevanza di quell'imputazione ai fini della legittimità della misura cautelare: se il reato estinto era, alla data del fatto, idoneo a giustificare la custodia (per gravità ed entità della pena), può ostare all'indennizzo.
  • Il giudice della riparazione può utilizzare dichiarazioni rese nelle indagini preliminari e valutare le ritrattazioni emerse in dibattimento: se, mediante accertamenti (anche ex art. 500, comma 4 c.p.p.), si accerta che ritrattazioni o assenze all'esame non sono spontanee/genuine, ciò può escludere il diritto all'indennizzo.
  • La valutazione del dolo o della colpa (lieve vs grave) deve essere motivata e non meramente apodittica: la semplice affermazione di "colpa lieve" è insufficiente; occorre esaminare se la condotta del detenuto abbia creato, per negligenza macroscopica o volontà, una situazione che ragionevolmente giustificasse l'intervento dell'autorità.
  • La colpa sinergica, ossia il comportamento del soggetto che ha concorso a creare le condizioni della detenzione, incide sulla legittimità dell'indennizzo non solo sul piano del quantun debetur ma anche sull'ammissibilità stessa della riparazione.

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