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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 2725/2022 del 24/01/2022

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente impugna la sentenza della Corte d'Appello di Catania che ha aumentato la pena riconoscendo l'aggravante di cui all'art. 7 L. 203/1991 (agevolazione e metodo mafioso) per minacce rivolte al giornalista Paolo Borrometti via Facebook, e contesta inoltre il diniego dell'attenuante della provocazione sostenendo che le sue reazioni fossero immediate risposte ai post del pubblicista.

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto il primo motivo generico e meramente fattuale, sottolineando che l'esistenza e l'operatività del clan Carbonaro-Dominante era stata accertata da precedenti pronunce e da un recente provvedimento del GUP (04/12/2018), giustificando così l'applicazione dell'aggravante di cui all'art. 7 L. 203/1991 sia nella dimensione dell'agevolazione mafiosa sia in quella dell'uso del "metodo mafioso" (condotte idonee a creare assoggettamento e timore tipici delle consorterie mafiose). Quanto alla provocazione, il motivo è stato ritenuto inammissibile perché manca l'elemento oggettivo del fatto ingiusto: il giornalista esercitava legittimamente il diritto di cronaca e critica. Conseguenze pratiche: ricorso dichiarato inammissibile; condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, al versamento di Euro 3.000,00 alla Cassa delle Ammende e alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa delle parti civili (Euro 3.000,00 per ciascuna).

Norme richiamate

  • art. 7 D.L. 13 maggio 1991 n. 152 (conv. L. 12 luglio 1991 n. 203)

    L'aggravante può operare sia quando il fatto è finalizzato ad agevolare l'attività di un'associazione di matrice mafiosa sia quando è impiegato il "metodo mafioso"; per l'agevolazione è necessario che lo scopo sia contribuire all'attività di un'associazione operante in un contesto mafioso, e l'esistenza dell'associazione deve essere concretamente provata (anche tramite pronunce anteriori).

  • art. 416-bis c.p. (e collegato art. 416-bis.1 c.p.)

    Il "metodo mafioso" si configura quando l'azione evocando la contiguità ad un'associazione mafiosa è funzionale a creare nella vittima una condizione di assoggettamento o il timore di subire azioni punitive del gruppo, anche se l'autore non è membro formale dell'associazione.

  • art. 23, co. 8, D.L. 28 ottobre 2020, n. 137

    Norma richiamata a livello procedurale per le richieste scritte depositate nel procedimento (contestualizzazione processuale); non incide sulla sostanza dei motivi di gravame.

Massime di principio

  • La sussistenza dell'aggravante di "agevolazione mafiosa" richiede la prova dell'esistenza di un contesto associativo mafioso; tale prova può fondarsi anche su precedenti pronunce giudiziarie e su accertamenti recenti.
  • L'uso del "metodo mafioso" si configura non solo per appartenenza all'associazione ma anche quando le condotte evocano la forza e le modalità tipiche delle consorterie mafiose inducendo paura e assoggettamento nella vittima.
  • L'attenuante della provocazione presuppone un fatto ingiusto altrui: l'esercizio legittimo della cronaca o della critica da parte di un giornalista non costituisce provocazione idonea a giustificare o attenuare le minacce.
  • In Cassazione non è ammessa una rivalutazione libera dei fatti; i motivi generici o che insistono su censure di merito senza confronto dettagliato con la motivazione impugnata sono inammissibili.
  • Nelle ipotesi di minacce a giornalisti volte a ottenere il "silenzio giornalistico" può legittimamente riconoscersi l'aggravante mafiosa se è dimostrabile il collegamento funzionale tra le minacce e l'interesse di un gruppo criminale a operare indisturbato.

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