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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 42210/2023 del 17/10/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Caparrotta ha chiesto l'equa riparazione per ingiusta detenzione avendo subito custodia cautelare (carcere e poi arresti domiciliari) per ipotesi di illecita importazione di stupefacenti; in sede di merito era stato assolto con sentenza definitiva. Ha dedotto che non sussisteva colpa grave da parte sua e che la Corte di appello, nel rigettare l'istanza, avrebbe travisato i fatti e ignorato l'accertamento di assoluzione che gli attribuiva un ruolo meramente tecnico e inconsapevole rispetto ai fini illeciti contestati a Fazio.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e confermato l'ordinanza della Corte di appello di Reggio Calabria che aveva negato l'equa riparazione. I giudici hanno ritenuto corretta e logica la valutazione del giudice della riparazione secondo cui, pur essendo intervenuta l'assoluzione, la condotta storicamente accertata del ricorrente (frequenti contatti con il vertice dell'organizzazione, colloqui con il fornitore sudamericano, atti finalizzati a dare parvenza di liceità all'importazione, indicazioni sul porto di sbarco e incontri personali significativi) integrava una colpa grave o comunque una condotta consapevole idonea a porre le basi per l'intervento dell'autorità. In conseguenza il diritto all'indennizzo è escluso; il ricorrente è poi stato condannato al pagamento delle spese processuali.

Norme richiamate

  • art. 314 cod. proc. pen.

    Stabilisce il diritto all'equa riparazione per chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile, salvo che abbia dato causa alla custodia cautelare per dolo o colpa grave; la Corte ha applicato questa norma per escludere l'indennizzo.

  • art. 315 cod. proc. pen.

    Richiamata in relazione all'ambito di cognizione del giudice della riparazione e ai rimandi procedurali; utilizzata per delimitare la valutazione del giudice di merito.

  • art. 646, comma 3, cod. proc. pen.

    Richiamato per spiegare il limite della cognizione in Cassazione nei procedimenti di riparazione (controllo di legittimità sulla motivazione, senza investire il merito).

  • art. 43 cod. pen.

    Definisce la nozione di colpa; impiegato per qualificare come "colpa grave" comportamenti di macroscopica negligenza, imprudenza o trascuratezza che rendono prevedibile l'intervento dell'autorità giudiziaria.

  • artt. 56 e 110 cod. pen.

    Riferiti ai reati e alla concorrente partecipazione (commissive e concorso di persone nel reato) inerenti il procedimento penale a monte; contestazione di partenza per la vicenda oggetto della custodia cautelare.

  • artt. 73 e 80 D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309

    Norme del Testo unico sugli stupefacenti relative ai delitti di traffico internazionale di droga; indicate come oggetto delle indagini che hanno portato alla misura cautelare.

  • Sez. U, n. 43 del 13/12/1995 (Sarnataro)

    Giurisprudenza interpretata per estendere la nozione di dolo anche alla condotta consapevole che crea una situazione di allarme sociale tale da legittimare l'intervento dell'autorità; utile a escludere l'indennizzo quando la condotta ha posto le condizioni per la custodia.

  • Sez. U, n. 3238/2010 (D'Ambrosio)

    Richiama il principio secondo cui il giudice deve valutare la condotta dell'interessato sia anteriormente sia successivamente alla misura cautelare e dal momento della conoscenza del procedimento, ai fini dell'accertamento della responsabilità per colpa grave o dolo.

  • Sez. U, n. 51779 del 28/11/2013 (Nicosia)

    Affermato che l'indennizzo perde la sua funzione riparatoria se l'indagato ha concorso a dare causa alla custodia; utilizzato per sostenere l'esclusione del beneficio in presenza di condotte ostative.

Massime di principio

  • Il diritto all'equa riparazione per ingiusta detenzione è escluso se risulta che l'interessato ha dato causa, per dolo o per colpa grave, all'instaurazione o al mantenimento della custodia cautelare; il giudice deve accertare d'ufficio tale circostanza.
  • Nella valutazione della colpa grave rilevano non solo atti tipicamente delittuosi ma anche comportamenti che, pur non volendo il risultato illecito, per macroscopica negligenza o per condotta consapevole hanno creato una situazione prevedibile di intervento dell'autorità.
  • Il giudice della riparazione valuta la condotta dell'interessato con riferimento al periodo anteriore e successivo alla misura e dal momento in cui questi ha avuto conoscenza del procedimento a suo carico; elementi come frequenti contatti con i vertici dell'organizzazione, incontri, interventi volti a dare parvenza di liceità e comunicazioni con fornitori esteri sono indicatori rilevanti di responsabilità.
  • La Corte di Cassazione, nel riesaminare ordinanze di rigetto della riparazione, è limitata al sindacato di legittimità e congruità della motivazione e non può riaprire il merito dei fatti già valutati dal giudice della riparazione o dal giudice penale.
  • Per ottenere l'indennizzo l'interessato deve dimostrare che non ha concorso a creare le condizioni per la misura: mere giustificazioni tecniche o di assistenza amministrativa possono essere disattese se contestualizzate in una condotta reiterata e funzionale all'illecito.
  • Nel dubbio sulla natura dei comportamenti (innocui o idonei a giustificare l'intervento dell'autorità) il riferimento alle regole di esperienza e alla ragionevole prevedibilità dell'intervento giudiziario è criterio decisivo per qualificare dolo o colpa grave.

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