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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 19299/2022 del 17/05/2022

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente impugna la sentenza per (1) vizio di accertamento della responsabilità: contesta di essere solo assuntore e di essersi trovato al luogo dell'arresto al primo giorno di un presunto 'lavoro' non ancora iniziato; la cocaina sequestrata (7,5 grammi) sarebbe compatibile con uso personale e quindi non avrebbe messo in pericolo la salute pubblica; (2) vizio di motivazione rispetto al discostamento dal minimo edittale e errata applicazione dei criteri di quantificazione della pena ex art.133 c.p., chiedendo che la rideterminazione della pena comporti l'applicazione dei benefici di legge.

La decisione

Il ricorso è stato rigettato. La Corte di Cassazione ha ritenuto infondati i motivi, confermando la valutazione della Corte territoriale secondo cui: il detenuto era trovato in disponibilità di 7,5 g di cocaina, suddivisi in quindici dosi con elevata percentuale di purezza; lo stesso aveva ammesso di trovarsi sul luogo per spacciare per conto di terzi dietro corrispettivo giornaliero di 80 euro; la quantità e le modalità escludono l'uso esclusivamente personale ma non la sussistenza di circostanze di collegamento criminale consolidate, permettendo l'applicazione del comma 5 dell'art.73 d.P.R. 309/1990. Quanto al quantum della pena, la Corte ha ritenuto adeguata la motivazione del discostamento dal minimo edittale, in ragione della natura professionale (seppur di breve durata) dell'attività di spaccio e del rapporto con soggetto inserito negli ambienti malavitosi. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali ai sensi dell'art.616 c.p.p.

Norme richiamate

  • art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990

    Applicato per giustificare una pena intermedia tra il minimo e il massimo a fronte della quantità di stupefacente (7,5 g) e dell'assenza di legami criminali consolidati; la Corte territoriale ha ritenuto escluso l'uso personale ma non sussistente un collegamento stabile con la criminalità organizzata, ricadendo la fattispecie nel comma 5.

  • art. 133 c.p.

    Richiamato implicitamente in relazione ai criteri di determinazione della pena; la Corte ha ritenuto legittimo il discostamento dal minimo edittale sulla base della professionalità dell'attività di spaccio, del corrispettivo giornaliero e dei rapporti con soggetti inseriti negli ambienti malavitosi.

  • art. 616 c.p.p.

    Norma applicata per condannare il ricorrente al pagamento delle spese processuali in caso di rigetto del ricorso.

Massime di principio

  • La mera quantità di stupefacente non è l'unico elemento: il confezionamento in dosi, l'elevata purezza e elementi oggettivi (numero di dosi, modalità di detenzione) possono far escludere l'uso personale anche per quantità relativamente contenute (es. 7,5 g).
  • Le ammissioni dell'imputato circa l'attività di spaccio, pur se riferite a un presunto 'primo giorno', hanno valore probatorio rilevante se corroborate da riscontri oggettivi; affermazioni generiche non sopperiscono all'evidenza fattuale.
  • L'applicazione del comma 5 dell'art.73 DPR 309/1990 bilancia la gravità della condotta con l'assenza di legami consolidati con la criminalità: può portare a pene intermedie, ma non implica automaticamente trattamento come semplice uso personale.
  • Il discostamento dal minimo edittale richiede motivazione concreta e congrua: elementi quali professionalità dell'attività, percezione di un corrispettivo fisso e collegamenti con soggetti inseriti negli ambienti criminali giustificano un aumento della pena.
  • In cassazione le censure di merito e di fatto sono difficili da accogliere: il sindacato è limitato a profili di illogicità, contraddittorietà o manifesta erroneità della motivazione; valutazioni probatorie adeguatamente motivate in sede territoriale vengono in genere confermate.

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