Cassazione Penale, Sentenza n. 6965/2023 del 17/02/2023
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeEsito
Favorevole al resistente
La controversia
Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza della Corte d'Appello di Torino che aveva assolto MEUCCI dal reato di cui all'art. 646 c.p., deducendo violazione di legge e vizio di motivazione. Il motivoo del ricorso sosteneva che l'appropriazione di copie dei documenti della persona offesa costituiva reato perché tale condotta avrebbe avuto lo scopo di impedire alla cliente di rivolgersi a un altro legale, così conservando il rapporto professionale e garantendo al professionista l'incasso di onorari ulteriori (ingiusto profitto).
La decisione
La Corte (di legittimità) ha rigettato il ricorso ritenendolo infondato. Ha confermato la motivazione della Corte territoriale secondo cui mancava l'elemento dell'ingiusto profitto e la volontà di perseguirlo: l'imputata avrebbe agito per disinteresse rispetto alle esigenze della assistita e non per ottenere un vantaggio patrimoniale illecito. Quanto prospettato dal Procuratore Generale (che il profitto consisterebbe nel mantenere il rapporto professionale per ottenere onorari) è stato ritenuto mera congettura, priva di elementi concreti, e quindi insufficiente per riformare l'assoluzione. Rigetto del ricorso e conferma dell'assoluzione.
Norme richiamate
art. 646 cod. pen.
La Corte ha interpretato la norma richiedendo la presenza dell'ingiusto profitto e della volontà di conseguirlo per integrare il reato; in difetto di tale elemento intenzionale e senza prove concrete, non si configura il reato contestato.
Massime di principio
- Per integrare il reato richiamato è necessario dimostrare non solo la sottrazione o l'appropriazione di documenti, ma anche l'ingiusto profitto e la volontà specifica di conseguirlo; l'assenza di questi elementi può giustificare l'assoluzione.
- La ricostruzione dell'intento di conseguire un profitto (ad es. mantenere un rapporto professionale per ottenere onorari) richiede elementi concreti e non può fondarsi su mere congetture o supposizioni logiche.
- La distinzione tra documenti originali e copie può essere irrilevante rispetto alla valutazione dell'elemento intenzionale; ciò che conta è la prova della volontà di appropriarsi per un fine illecito.
- In casi analoghi l'azione difensiva dovrebbe puntare a dimostrare motivazioni non lucrative (disinteresse, negligenza, gestione del rapporto) o l'assenza di qualsiasi vantaggio patrimoniale illecito.
- Per l'accusa è cruciale raccogliere prove dirette o circostanziali solide (comunicazioni, comportamenti reiterati volti a impedire il contatto con altri professionisti, benefici economici evidenti) che colleghino la condotta all'obiettivo di un ingiusto profitto.
Testo integrale
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