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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 38929/2022 del 14/10/2022

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il ricorso contestava: 1) la correttezza della motivazione adottata dalla Corte d'Appello nel dichiarare la responsabilità di Bruno Levrotto per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale (impugnazione di fatto della motivazione); 2) la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche prevalenti; 3) la correttezza dei criteri di calcolo delle imposte contestate. In sostanza il ricorrente deduceva vizi di motivazione, valutazione delle circostanze attenuanti e errori nella determinazione di voci fiscali e sanzionatorie.

La decisione

La Corte di Cassazione ha ritenuto: 1) il primo motivo inammissibile in sede di legittimità perché si tratta di doglianze di fatto non sindacabili in Cassazione; 2) il secondo motivo manifestamente infondato perché il giudice di merito ha dato un congruo riferimento agli elementi decisivi in base alla giurisprudenza consolidata; 3) la parte del ricorso relativa alle imposte riguarda capi per i quali era stata pronunciata la prescrizione e non sussistono elementi per un proscioglimento nel merito richiesto dal ricorrente. Tuttavia la Corte ha accolto la censura concernente la determinazione della durata delle pene accessorie ex art. 216 L. fall., rilevando che, in seguito alla dichiarazione di illegittimità costituzionale operata dalla Corte Costituzionale (sent. n.222/2018) e alla successiva giurisprudenza di legittimità (Sezioni Unite, sent. 28/02/2019, n.28910), la determinazione concreta della durata delle pene accessorie non predeterminate deve essere effettuata dal giudice del merito secondo i criteri di cui all'art.133 cod. pen. Pertanto la sentenza impugnata è stata annullata limitatamente alla determinazione della durata delle sanzioni accessorie irrogate (fissate in dieci anni) e il procedimento è stato rinviato ad altra sezione della Corte d'Appello di Torino per nuovo esame su quel punto; per il resto il ricorso è stato dichiarato inammissibile o respinto.

Norme richiamate

  • art. 216 R.D. 267/1942 (legge fallimentare)

    la condanna per uno dei delitti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l'inabilitazione all'esercizio di un'impresa commerciale e l'incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa

    Dopo la sentenza n.222/2018 della Consulta la formulazione che indica una durata massima 'fino a dieci anni' ha reso la durata non predeterminata; la determinazione concreta della durata è rimessa al giudice del merito secondo i criteri dell'art.133 cod. pen.

  • art. 37 cod. pen.

    La Consulta ha escluso l'applicabilità del meccanismo di commisurazione 'correlativa' previsto dall'art.37 alle pene accessorie di cui all'art.216 L. fall.; conseguentemente la Corte ha ritenuto che non sia corretto applicare automaticamente l'art.37 per fissare la durata delle pene accessorie risultanti dalla nuova formulazione normativa

  • art. 133 cod. pen.

    Le Sezioni Unite e la Cassazione indicano che, quando la legge prevede una durata non fissa per una pena accessoria, la sua determinazione concreta spetta al giudice del merito in base ai criteri di personalizzazione previsti dall'art.133 (parametri soggettivi e oggettivi, carico di afflittività, finalità della pena accessoria).

  • Sentenza Corte Costituzionale n.222/2018

    Ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della parte dell'art.216 R.D. 267/1942 che prevedeva una durata fissa, escludendo l'applicabilità del meccanismo di commisurazione correlativa e sottolineando la necessità di autonoma quantificazione delle pene accessorie.

  • Sezioni Unite Corte di Cassazione, sent. 28/02/2019 n.28910

    Hanno stabilito che le pene accessorie con termine non fisso devono essere determinate in concreto dal giudice in base ai criteri dell'art.133 cod. pen.; in presenza di ampia forbice edittale il giudice del merito deve motivare specificamente la scelta della durata.

Massime di principio

  • In Cassazione non sono ammesse censure che si risolvono in mera rivalutazione del fatto o della motivazione di merito: le doglianze di fatto vanno dichiarate inammissibili.
  • Per la negazione o attribuzione delle circostanze attenuanti generiche la motivazione del giudice di merito è adeguata se fornisce un congruo riferimento agli elementi decisivi; mancano i presupposti per la riforma quando si tratta di valutazioni di fatto ben motivate.
  • Dopo la sentenza della Corte Costituzionale n.222/2018 le pene accessorie previste con durata non fissa devono essere determinate in concreto dal giudice del merito secondo i criteri dell'art.133 cod. pen.; pertanto un'imposizione meccanica della durata massima senza adeguata motivazione è viziata e può essere annullata in cassazione con rinvio.
  • Quando la legge prevede una forbice edittale ampia per una pena accessoria, il giudice del merito deve specificare i parametri soggettivi e oggettivi (art.133) che giustificano l'avvicinamento al minimo o al massimo: maggiore è lo scostamento dal minimo, più dettagliata deve essere la motivazione.
  • Se un gravame riguarda capi per i quali è intervenuta prescrizione o questioni meramente fiscali collegate a capi prescritti, la Cassazione può dichiarare inammissibile o irrilevante la censura se non è richiesto e provato il proscioglimento nel merito.
  • In situazioni analoghe, chi impugna dovrebbe: a) qualificare chiaramente le questioni di diritto (non solo i fatti); b) contestare la motivazione sulle pene accessorie indicando perché la durata è irragionevole alla luce dei criteri di cui all'art.133; c) chiedere eventualmente la rimessione al giudice del merito per la nuova determinazione se la motivazione è assente o generica.

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