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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 32336/2025 del 30/09/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione dell'ordinanza del Tribunale di Bari che aveva accolto l'appello del pubblico ministero e ripristinato la custodia cautelare in carcere. Il ricorrente deduceva violazione di legge (artt. 274, 275, 299, 310 c.p.p.) nonché mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione alle esigenze cautelari e all'adeguatezza della misura. Sosteneva che il Tribunale non aveva dato la necessaria motivazione rafforzata e non aveva valutato correttamente elementi favorevoli quali: condotta processuale definita collaborativa, ruolo marginale nel sodalizio, significativo lasso temporale dalla cessazione dell'attività associativa, concessione di arresti domiciliari in altro procedimento e misure più lievi concesse a coimputati, assoluzioni di presunti capi. Contestava inoltre l'uso di elementi nuovi e la rilevanza attribuita alla precedente latitanza e a violazioni pregresse della detenzione domiciliare.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha ritenuto che il Tribunale di Bari avesse adeguatamente svolto il confronto critico richiesto quando si riforma una decisione di primo grado, fornendo motivazione congrua e specifica sulle ragioni della riforma. Ha confermato l'applicabilità della presunzione relativa di adeguatezza della custodia in carcere prevista dall'art. 275, comma 3, c.p.p. per i reati di cui all'art. 74 T.U. stupefacenti, e ha condiviso la valutazione del Tribunale secondo cui il mero decorso del tempo dalla commissione del reato non è sufficiente a superare tale presunzione. In sede di istanza di sostituzione di misura dopo esecuzione, rileva il tempo trascorso dall'applicazione della misura e non il tempo cosiddetto silente, e tale tempo assume valore favorevole solo se accompagnato da elementi positivi sopravvenuti. La Corte ha altresì ritenuto che la condotta cosiddetta collaborativa non avesse effettivamente determinato una dissociazione dal contesto criminoso e che fossero significativi elementi negativi quali precedenti violazioni degli arresti domiciliari, rapporti mantenuti con soggetti criminali durante precedenti misure e una condanna definitiva intervenuta per fatti successivi. Conseguentemente la misura custodiale è stata ritenuta ancora necessaria. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e gli atti sono stati trasmessi agli uffici competenti.

Norme richiamate

  • D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico stupefacenti), art. 74

    Delitti relativi allo spaccio e all'associazione per delinquere in materia di stupefacenti; utilizzato come titolo cautelare che rientra nell'ambito di applicazione della presunzione di pericolosita dedotta dall'art. 275 c.p.p.

  • Codice di procedura penale, art. 275

    Prevede la presunzione relativa che per talune fattispecie (tra cui art. 74 T.U. stupefacenti) la misura cautelare della custodia in carcere sia adeguata salvo che emergano elementi contrari. La Corte ha ribadito che tale presunzione non è superabile dal mero decorso del tempo e richiede elementi concreti sopravvenuti.

  • Codice di procedura penale, art. 274

    Norma generale sulle esigenze cautelari; richiamata nel contrasto con la disciplina speciale dell'art. 275 per sottolineare la prevalenza della presunzione speciale nei casi tassativi.

  • Codice di procedura penale, art. 292

    Stabilisce che il giudice che dispone la misura deve considerare il tempo intercorso dalla commissione del reato; la Corte specifica che tale valutazione è propria del giudice che emette la misura, mentre in sede di istanza di sostituzione dopo esecuzione rileva il tempo dall'applicazione della misura.

  • Codice di procedura penale, art. 310

    Norma che attribuisce competenza al giudice distrettuale per il riesame delle misure cautelari e che regola il relativo procedimento; il Tribunale di Bari ha agito in funzione dell'art. 310.

  • Codice di procedura penale, art. 51

    Richiamato nella giurisprudenza citata per individuare l'elenco di reati che attivano la presunzione di cui all'art. 275 comma 3.

Massime di principio

  • Per i reati rientranti nell'art. 275, comma 3, c.p.p. (tra cui art. 74 T.U. stupefacenti) vige una presunzione relativa di adeguatezza della custodia in carcere: il ricorrente deve fornire elementi concreti e sopravvenuti per superarla.
  • Il mero decorso del tempo dalla commissione del reato (tempo silente) non è di per sé sufficiente a giustificare l'attenuazione della misura cautelare; in sede di istanza successiva all'esecuzione della misura rileva il tempo trascorso dall'applicazione della misura e questo assume valore solo se accompagnato da elementi positivi concreti.
  • La condotta processuale collaborativa non determina automaticamente la riduzione della pericolosità sociale; essa assume rilievo se comporta elementi di dissociazione e apporta elementi di novità utili alle indagini.
  • Il giudice d'appello che riformi la decisione di primo grado deve motivare il ragionamento e confutare i principali argomenti della decisione impugnata; in appello cautelare la valutazione è autonoma e completa, ma la confutazione delle ragioni del primo giudice resta necessaria.
  • Il rispetto delle prescrizioni di una misura detentiva è rilevante solo se osservato per un arco temporale sufficientemente esteso e se non emergono violazioni pregresse che mostrino la capacità di mantenere condotte illecite anche sotto restrizione.
  • La concessione di misure meno afflittive per coimputati non è di per sé paradigma vincolante: la valutazione cautelare è sempre individualizzata.
  • È ammissibile in appello produrre elementi nuovi purché nel rispetto del contraddittorio e della devoluzione; tuttavia la parte che invoca documenti nuovi deve indicarne il contenuto e la rilevanza in modo specifico.

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