Cassazione Penale, Sentenza n. 26323/2026 del 14/07/2026
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeEsito
Favorevole al ricorrente (imputato)
La controversia
La sentenza d'appello aveva confermato la responsabilità dell'imputata per appropriazione indebita, riducendo solo la pena per la concessione delle attenuanti generiche. I fatti contestati consistevano nell'essersi appropriata, quale amministratore di una società e poi quale titolare di impresa individuale, di somme derivanti da incassi di premi assicurativi che non erano state versate all'avente diritto. Con il ricorso per cassazione sono stati dedotti: 1) vizi di motivazione e violazione di legge in tema di procedibilità, sostenendosi che la querela fosse tardiva e che il querelante non fosse legittimato a sporgere querela al momento della presentazione; inoltre si contestava l'affermazione della Corte territoriale secondo cui il reato fosse perseguibile d'ufficio per la ritenuta aggravante ex art. 61, n. 11, c.p. e per la rilevante gravità del danno, assumendo che tali aggravanti non fossero state contestate; 2) vizi di motivazione e violazione dell'art. 646 c.p., sostenendo che la vicenda si inserisse in rapporti economici di dare-avere tra le società e avesse dunque rilievo solo civilistico, con mancanza del dolo di appropriazione, anche in ragione delle difficoltà incontrate nel restituire le somme.
La decisione
La Corte di cassazione ha ritenuto fondato il primo motivo di ricorso e assorbito il secondo. Ha rilevato che la Corte d'appello aveva erroneamente applicato l'art. 649-bis c.p. ritenendo procedibile d'ufficio il reato di appropriazione indebita in presenza dell'aggravante di cui all'art. 61, n. 11, c.p., mentre tale norma prevede la procedibilità d'ufficio solo nei casi espressamente indicati, cioè quando sussistano circostanze aggravanti ad effetto speciale diverse dalla recidiva oppure quando la persona offesa sia incapace per età. Poiché nel caso concreto non ricorrevano tali condizioni, la sentenza impugnata è stata annullata con rinvio alla Corte di appello di Perugia, chiamata a verificare anzitutto la validità della querela proposta.
Norme richiamate
art. 646 c.p.
È la fattispecie di appropriazione indebita oggetto del giudizio; la Corte richiama la disciplina della perseguibilità del reato nei casi previsti dalla legge.
art. 649-bis c.p.
Per i fatti di appropriazione indebita perseguibili a querela, la procedibilità d'ufficio è ammessa solo se ricorrono circostanze aggravanti ad effetto speciale diverse dalla recidiva o se la persona offesa è incapace per età; l'aggravante ex art. 61, n. 11, c.p. non è sufficiente da sola a determinare tale effetto.
art. 61, n. 11), c.p.
È l'aggravante richiamata dalla Corte territoriale per affermare la procedibilità d'ufficio; la Cassazione evidenzia che, nel caso concreto, non basta a integrare il presupposto dell'art. 649-bis c.p.
art. 124 c.p.
Richiamato nei motivi di ricorso in tema di querela e termini di proposizione.
art. 2436 c.c.
Richiamato nel ricorso per sostenere l'inefficacia della nomina del querelante prima dell'iscrizione nel registro delle imprese.
Massime di principio
- Nel delitto di appropriazione indebita, la procedibilità d'ufficio in deroga alla regola della querela è ammessa solo nei casi tassativamente previsti dalla norma speciale, e non può essere desunta in via estensiva da aggravanti non riconducibili alle circostanze aggravanti ad effetto speciale richieste dalla legge.
- L'aggravante dell'abuso di relazioni d'ufficio di cui all'art. 61, n. 11, c.p. non è di per sé sufficiente, nei fatti perseguibili a querela, a trasformare automaticamente il reato in procedibile d'ufficio, se non ricorre una circostanza aggravante ad effetto speciale o la particolare condizione della persona offesa prevista dall'art. 649-bis c.p.
- Quando la procedibilità del reato dipende dalla validità della querela, il giudice di rinvio deve verificare in via preliminare la legittimazione del soggetto querelante e la tempestività della denuncia, prima di esaminare il merito della responsabilità.
- Le questioni sulla natura civilistica del rapporto o sulla mancanza del dolo restano assorbite se la decisione è annullata per un errore sulla procedibilità del reato.
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