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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 24519/2023 del 07/06/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione dell'ordinanza del Tribunale di Catanzaro che aveva annullato la custodia cautelare in carcere disposta dal GIP nei confronti di Faillace per concorso in tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso e finalità di agevolare una cosca di 'ndrangheta, in danno di Sposato Giuseppe e del dipendente De Leo. La contestazione si fondava su una richiesta perentoria di un incontro fatta a De Leo (con intervento di Faillace), il ritrovamento di una bottiglia incendiaria davanti alla ditta della vittima e un successivo incendio alle betoniere; il Tribunale aveva ritenuto mancanti i gravi indizi di colpevolezza in relazione alla specifica condotta estorsiva, rilevando incongruenze nelle dichiarazioni della vittima e la plausibilità che atti intimidatori potessero essere riconducibili ad altri soggetti vicini ai clan. Il Procuratore ha dedotto violazione di legge e vizio di motivazione, sostenendo sussistenza di un tentativo di estorsione 'ambientale' con minaccia implicita.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Procuratore. Ha ritenuto assente violazione di legge e motivazione viziata nell'ordinanza impugnata: la Corte ha confermato che il Tribunale ha correttamente applicato la giurisprudenza sull'estorsione 'ambientale' ma ha effettuato valutazioni di merito non sindacabili in questa sede, evidenziando due elementi decisivi per l'annullamento della misura cautelare: (1) l'esistenza di un'ipotesi alternativa plausibile che possa ricondurre gli atti intimidatori a soggetti diversi dall'indagato e (2) la non sicura attendibilità della vittima su un punto centrale (la percezione immediata del carattere estorsivo della richiesta). Conseguentemente resta annullata la custodia cautelare e il ricorso del pubblico ministero è respinto.

Norme richiamate

  • Cassazione penale, Sez. 2, n. 22976 del 13/04/2017 (Neri)

    Richiamata per il principio in tema di 'estorsione ambientale': una richiesta priva di contenuto minatorio espresso può comunque manifestare carica intimidatoria idonea a fondare il reato, valutando le modalità della richiesta e la percezione della vittima nel contesto di influenza mafiosa

Massime di principio

  • In casi di presunta estorsione 'ambientale' rileva il contesto territoriale e le modalità della richiesta; non è sempre necessario che la vittima conosca l'estorsore, ma conta la percezione intimidatoria complessiva
  • Per l'applicazione di misure cautelari (es. custodia in carcere) devono emergere gravi indizi di colpevolezza che colleghino concretamente l'indagato alla condotta estorsiva e non solo al contesto mafioso generale
  • Contraddizioni, ritardi o evoluzioni nelle dichiarazioni della vittima possono compromettere l'attendibilità e incidere negativamente sulla sussistenza dei gravi indizi
  • La presenza di ipotesi alternative plausibili di responsabilità (altri soggetti vicini al clan) può escludere la misura cautelare nei confronti di un indagato se manca un collegamento diretto e riscontrato
  • Le valutazioni di merito del Tribunale sulla sussistenza dei gravi indizi sono difficilmente sindacabili in Cassazione, salvo vizi di diritto o di motivazione evidente
  • Per rafforzare la richiesta cautelare è utile disporre di riscontri oggettivi (intercettazioni, riscontri temporali, prove materiali) che colleghino l'indagato agli atti intimidatori o alla richiesta estorsiva
  • Eventi intimidatori materiali (bottiglia incendiaria, incendi) richiedono accertamento del nesso causale con le richieste contestate e dell'attribuzione agli odierni indagati prima di giustificare misure cautelari severe

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