Cassazione Penale, Sentenza n. 31028/2023 del 18/07/2023
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeEsito
Favorevole al ricorrente
La controversia
Impugnazione dell'ordinanza che ha nuovamente disposto la custodia in carcere dopo un precedente annullamento della Suprema Corte limitatamente alle esigenze cautelari. Il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di motivazione: illegittima affermazione di esigenze specialpreventive e di impossibilità di applicare misure meno afflittive; richiamo generico e aspecifico a pendenze giudiziarie (anni 2003-2021) prive di collegamento con i fatti contestati; mancata considerazione dei rilievi della sentenza di annullamento (apoditticità della qualificazione come "dedito alla cessione di stupefacenti"); valutazione parziale dell'interrogatorio e sottovalutazione di elementi personali come la nascita di un figlio e il cambio di vita.
La decisione
La Corte accoglie il ricorso: annulla l'ordinanza impugnata e rinvia per nuovo giudizio al Tribunale di Catanzaro. Motivo: le carenze motivazionali già evidenziate nella precedente sentenza di annullamento non sono state colmate; il Tribunale ha fornito valutazioni generiche sui "numerosissimi" carichi pendenti senza specificarne natura, gravità o esito processuale; non è emersa prova concreta della dedizione del ricorrente al narcotraffico né elementi idonei a giustificare l'esclusione di misure cautelari meno afflittive; il mero svolgersi di presunte cessioni nell'abitazione non risultava sufficiente a giustificare la custodia cautelare.
Norme richiamate
art. 310 cod. proc. pen.
Disciplina dell'appello in materia cautelare; qui citato riguardo all'appello del Pubblico Ministero che aveva portato all'adozione della misura cautelare da parte del Tribunale.
art. 586 cod. pen.
Norma del codice penale relativa ai fatti contestati (menzionata come riferimento del reato oggetto della misura), indicativa della qualificazione penale dei comportamenti perseguiti.
art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990
Disposizione sulla disciplina degli stupefacenti (illecito di cui è accusato il ricorrente), richiamata come materia del procedimento cautelare.
art. 275 cod. proc. pen.
Secondo la Corte la norma (nella versione novellata) impone una valutazione accurata dell'inidoneità delle misure meno afflittive; la motivazione deve spiegare perché tali misure non sono adeguate in concreto.
art. 274 lett. c) cod. proc. pen.
Predisposizione normativa sulle esigenze cautelari (tra cui il pericolo di reiterazione di gravi delitti con violenza); la Corte osserva che richiami generici a reati contro la persona non sono sufficienti a dimostrare tale pericolo.
Massime di principio
- La custodia cautelare deve essere motivata con argomentazioni concrete e specifiche: non sono sufficienti richiami generici a carichi pendenti o espressioni apodittiche come "professionista delinquente".
- Dove la Suprema Corte abbia annullato una misura per carenza motivazionale, il giudice di rinvio è tenuto ad affrontare puntualmente e a colmare i rilievi espressi: il mero ripetersi di affermazioni già ritenute insufficienti non regge.
- La valutazione dell'inidoneità delle misure meno afflittive richiede un'analisi caso per caso (art. 275 c.p.p.): il giudice deve spiegare perché misure alternative non assicurino gli stessi fini cautelari.
- Le pendenze giudiziarie generiche, specie se risalenti e non specificate, non possono da sole fondare la gravità e lo stato di pericolosità richiesto per la custodia in carcere.
- Il fatto che atti illeciti siano avvenuti nell'abitazione dell'indagato è un elemento rilevante ma, da solo, spesso insufficiente a giustificare la carcerazione; occorre valutare il complesso delle circostanze probatorie.
- Elementi di vita personale e cambiamenti positivi (per es. nascita di un figlio, mutamento di stile di vita) sono elementi pertinenti e vanno considerati nella valutazione delle esigenze cautelari.
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