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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 10887/2024 del 14/03/2024

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

I ricorrenti impugnavano il decreto di conferma della confisca patrimoniale emessa in sede di prevenzione, lamentando principalmente: 1) errore di interpretazione e travisamento della prova sulla qualificazione di "appartenenza mafiosa" di Luciano Licenza, alla luce di sviluppi processuali relativi al ruolo di Tommaso Barbato (riqualificato in corruzione); 2) carenza o apparente motivazione e mancato confronto con nuove prove e dichiarazioni, inclusi atti dai quali emergerebbe che Licenza sarebbe stato vittima di estorsioni e non complice; 3) erronea applicazione dei criteri di sproporzione reddituale e di riconducibilità dei beni (art. 24 D.Lgs. 159/2011), sostenendo che parte del patrimonio deriverebbe da attività lecite pregresse (anche per importi rilevanti antecedenti al periodo contestato) e dall'apporto economico della famiglia Galoppo; 4) omissione di un accertamento (perizia contabile) ritenuto decisivo per confrontare le ricostruzioni economico-patrimoniali; 5) richiesta di rideterminazione temporale della "pericolosità" collegandola all'eventuale cessazione del contributo illecito di Barbato (post 2005). In sintesi, la difesa sosteneva che le evidenze più recenti e gli elementi prodotti avrebbero dovuto indurre a escludere l'appartenenza mafiosa ovvero a limitare la confisca ai soli beni riconducibili a proventi illeciti dimostrati.

La decisione

La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha rigettato le doglianze. Ha ritenuto che: - il controllo di legittimità in materia di misure di prevenzione è circoscritto a profili di violazione di legge; le censure basate su riedizione dei fatti o su vizio di motivazione sono inammissibili salvo che la motivazione sia totalmente carente o meramente apparente; - i giudici di merito avevano adeguatamente considerato anche le novità processuali riguardanti Barbato, spiegando perché la riqualificazione del reato a suo carico non incidesse sulla posizione di Licenza; - le propalazioni dei collaboratori di giustizia, le dichiarazioni dello stesso Licenza e gli accertamenti della Guardia di Finanza fornivano un quadro congruo e coerente da cui desumere la contiguità e l'apporto concreto di Licenza al clan Zagaria; - la confisca di tutto il patrimonio è giustificata dall'«inquinamento mafioso» dell'impresa e dall'impossibilità di scindere la quota lecita da quella illecita, posto che il patrimonio aziendale e personale risultava asservito e reinvestito a vantaggio del clan; - le richieste probatorie della difesa (es. perizia) non erano decisive perché i giudici avevano compiuto una ricostruzione finanziaria fondata su accertamenti della GdF e su proprie valutazioni delle consulenze. Conseguentemente il "vincitore" della controversia è stato il resistente (Corte d'Appello/Stato), con conferma del decreto di confisca.

Norme richiamate

  • D.Lgs. n. 159/2011 (Codice antimafia)

    Norma quadro sulle misure di prevenzione patrimoniali: il giudice può disporre confisca e misure quando sussiste pericolosità; la Cassazione ricorda il limite del ricorso per cassazione (art. 10 terzo comma) ai soli profili di violazione di legge e indica i parametri di valutazione (art. 24) quali sproporzione e riconducibilità dei beni.

  • art. 4 comma 1 lett. a D.Lgs. n. 159/2011

    Definisce la categoria delle persone pericolose ai fini delle misure di prevenzione; nel caso è stato ritenuto che Luciano Licenza rientri nella pericolosità qualificata per contiguità e apporto al clan.

  • art. 24 D.Lgs. n. 159/2011

    Fissa i parametri probatori per la confisca preventiva (mancata giustificazione della provenienza, sproporzione rispetto al reddito, provenienza da attività illecite o reimpiego): la Corte ha ritenuto soddisfatti tali parametri attraverso indizi, accertamenti finanziari e dichiarazioni.

  • art. 1 D.Lgs. n. 159/2022

    Richiamato nel ricorso con riferimento al concetto di "appartenenza mafiosa"; la Corte ha valutato le doglianze relative alla corretta interpretazione normativa ma le ha ritenute inammissibili o infondate nel merito.

  • art. 416-bis cod. pen.

    Riguarda l'associazione di tipo mafioso: la condanna in primo grado per questo reato (rito abbreviato) è stata uno degli elementi valutati dai giudici di merito; la Cassazione ha confermato la legittimità dell'uso di tali elementi nel procedimento di prevenzione.

  • art. 10 comma terzo (codice antimafia / richiamato in D.Lgs. 159/2011)

    Stabilisce i limiti di impugnazione in Cassazione avverso provvedimenti di prevenzione (ricorso ammesso solo per violazione di legge); la Corte l'ha richiamato per dichiarare l'inammissibilità delle censure di fatto.

  • art. 192 cod. proc. pen.

    Norma sulla prova nel processo penale (verifica dei caratteri della prova): la Corte ha ricordato che in prevenzione non sono richiesti gli stessi standard probatori del processo penale, pur entro limiti di ragionevolezza.

  • art. 11 sesto comma Cost.; art. 125 comma 3 cod. proc. pen.; art. 7 comma 1 D.Lgs. 159/2011

    Richiamati nel ragionamento sui requisiti minimi di motivazione e sulle conseguenze della totale mancanza di argomentazione (potenziale nullità del provvedimento); la Corte ha ritenuto che la motivazione non fosse carente.

Massime di principio

  • Il ricorso per cassazione contro provvedimenti di prevenzione patrimoniale è ammissibile solo per violazione di legge: non è sede per una nuova valutazione dei fatti o per un ordinario riesame della prova, salvo che la motivazione sia totalmente mancante o meramente apparente.
  • Nei procedimenti di prevenzione la prova può fondarsi anche su elementi indiziari e su atti processuali non definitivi, compresi collaboratori di giustizia e sentenze non definitive, purché la motivazione sia rafforzata e coerente.
  • La nozione di "appartenenza" mafiosa è più ampia della partecipazione strutturata: può ricomprendere la contiguità e il contributo concreto all'organizzazione; perciò rapporto corruttivo con pubblici funzionari non esclude automaticamente la valutazione di contiguità mafiosa se persistono altri elementi probatori.
  • La confisca preventiva può investire l'intero patrimonio quando risulti "inquinamento" dell'impresa da risorse illecite tale da rendere impossibile separare la quota lecita da quella illecita (commistione/incontaminabilità delle provviste).
  • La difesa può neutralizzare le presumibili fonti illecite offrendo prova contraria rigorosa; tuttavia le linee di credito e gli incrementi patrimoniali possono essere valutati come indizi di impiego di proventi illeciti se non riscontrati adeguati mezzi leciti documentati.
  • Decisioni di merito che spiegano perché elementi nuovi (es. riqualificazioni di reati di terzi) non incidono sulla posizione del proposto sono difficilmente sindacabili in Cassazione se la motivazione è logica e completa.
  • Richieste istruttorie (es. perizie) non sono sempre decisive: se i giudici basano la ricostruzione su accertamenti investigativi sistematici e valutano le consulenze di parte, la mancata integrazione probatoria può essere considerata non pregiudizievole.
  • La delimitazione temporale della 'pericolosità' deve essere motivata; tuttavia il termine ad quem può essere ricostruito sulla base del complesso delle acquisizioni probatorie e della persistenza degli effetti benefici tratti dall'associazione.

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