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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 20619/2023 del 15/05/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il ricorso articolava nove motivi. In sintesi: (1) violazione di legge processuale per aver la Corte d'appello limitato la propria cognizione sull'elemento oggettivo del reato invocando il principio devolutivo e un precedente di legittimità (Sez. 4, n. 7088/2021); (2) vizio di motivazione e errata interpretazione normativa amministrativa (art.36 D.M. 145/2000, R.D. n.1775/1993, R.D. 368/1904, L.R. Piemonte n.21/1999) con riguardo alla proprietà e competenza sulla "terra di risulta"; (3) mancata valutazione adeguata delle dichiarazioni di testi (Occhipinti) e delle prove circa la titolarità del corrispettivo; (4) omissione di motivazione sul danno concreto cagionato e sull'offensività del fatto (nessuna locupletazione personale, somme destinate a lavori di manutenzione del consorzio); (5) assenza di prova del dolo richiesto per il reato di peculato, attesa la complessità normativa, la prassi consolidata del consorzio e la trasparenza dell'operazione; (6) errata determinazione del momento consumativo del reato ai fini della prescrizione (contestazione tra data di autorizzazione 14/01/2009 e data di fatturazione 30/03/2010); (7) apportioning della pena e condanna alle spese senza adeguata motivazione. Inoltre si chiedeva, in memoria, l'annullamento senza rinvio per estinzione del reato per prescrizione.

La decisione

La Corte di cassazione ha ritenuto il ricorso fondato. Ha censurato la Corte d'appello per avere illegittimamente limitato la propria cognizione rispetto all'elemento oggettivo del reato non confrontandosi esaustivamente con le argomentazioni difensive e con la giurisprudenza delle Sezioni unite (effetto pienamente devolutivo dell'appello del pubblico ministero). Ha inoltre rilevato vizi nella qualificazione giuridica della condotta: la sentenza d'appello non ha adeguatamente verificato se si fosse in presenza di peculato per appropriazione (con vantaggio personale) o, al più, di una distrazione o altra fattispecie, considerato che non risulta che l'imputato abbia tratto locupletazione personale e che il corrispettivo è rimasto nel patrimonio del consorzio AIES, con documentazione contabile trasparente. Per queste ragioni la sentenza impugnata è stata annullata (natura dell'annullamento e rinvio non specificati integralmente nell'estratto, ma la Corte dispone l'annullamento per vizi di motivazione e di cognizione).

Norme richiamate

  • R.D. 827 del 23 maggio 1924, artt. 63 e ss.

    Norme amministrative sulla disciplina delle alienazioni di beni demaniali; la Corte d'appello ha ritenuto non applicate queste procedure nell'operazione contestata, elemento centrale per la qualificazione della condotta come illecita

  • art. 597 cod. proc. pen.

    Norma sul principio devolutivo dell'appello; il ricorso e la Corte di cassazione richiamano l'effetto pienamente devolutivo dell'appello del pubblico ministero in base a questa disciplina

  • art. 603, comma 3-bis, cod. proc. pen.

    Richiamato nella ricostruzione del procedimento circa le richieste di rinnovo istruttorio avanzate dall'impugnante in appello

  • art. 593 cod. proc. pen.

    Richiamato nel contesto delle impugnazioni di sentenze di assoluzione (articolazione delle impugnazioni contro il "fatto non costituisce reato")

  • art. 314 cod. pen. (peculato)

    Interpretazione della Corte: dopo la riforma del 1990 l'elemento tipico è l'appropriazione; tuttavia la giurisprudenza ammette che l'appropriazione comprenda la distrazione, ma è comunque necessario che l'agente persegua finalità privatistiche/di vantaggio personale perché sia integrato il peculato

  • art. 158 cod. pen.

    Norma sul momento consumativo del reato e sul decorso della prescrizione; nella fattispecie è controverso se il reato si sia consumato alla data di autorizzazione (14/01/2009) o alla data di emissione della fattura/pagamento (30/03/2010)

  • D.M. 145 del 19 aprile 2000, art. 36

    Norma amministrativa citata dalla difesa per dimostrare l'erronea equiparazione della vendita di terra di risulta ad attività di estrazione; la Corte d'appello sarebbe incorsa in errore interpretativo

  • R.D. n.1775 del 1993, art. 36

    Richiamata dalla difesa insieme ad altre norme catastali/amministrative per contestare l'illiceità della cessione senza autorizzazione

  • R.D. 368 del 1904, artt. 134 e ss.

    Richiamate a sostegno delle censure sulla competenza/proprietà della materia oggetto di alienazione; la Corte ha ritenuto che la questione non fosse stata adeguatamente esaminata dall'appello

  • Legge regionale Piemonte n.21 del 1999, art. 24

    Norma locale invocata nella difesa per dimostrare competenze/regole regionali sulla gestione delle terre di risulta; la Corte d'appello non avrebbe valutato correttamente il suo rilievo

  • Giurisprudenza: Sez. U., Donelli (n. 33748/2005) e Sez. U., Tuzzolino (richiamate)

    Principi delle Sezioni unite richiamati dalla Corte di cassazione: l'appello del pubblico ministero contro l'assoluzione ha effetto pienamente devolutivo e il giudice d'appello può riesaminare ampiamente anche punti non specificamente impugnati

  • Giurisprudenza: Sez. 4, n. 7088/2021 (cortese richiamata dalla Corte d'appello)

    Precedente invocato dalla Corte d'appello nel senso di limitare la cognizione d'appello in alcuni casi; la Corte di cassazione ritiene tale impostazione in contrasto con i principi delle Sezioni unite richiamati

Massime di principio

  • Se il pubblico ministero impugna una sentenza di assoluzione, l'appello ha in genere effetto pienamente devolutivo: la Corte d'appello è tenuta a riesaminare l'intera vicenda, compresi elementi non specificamente censurati dall'impugnante, e deve confrontarsi esaustivamente con le argomentazioni difensive.
  • Nell'ipotesi di peculato, è necessario distinguere con cura tra 'appropriazione' e mera 'distrazione': dopo la riforma del 1990 l'appropriazione richiede che il pubblico agente abbia tratto un vantaggio personale o che la destinazione della cosa sia stata mutata per finalità private; l'impiego di risorse pubbliche nell'ambito delle proprie attribuzioni, anche se non conforme nelle forme, può non integrare il peculato.
  • In presenza di normativa amministrativa complessa o di prassi consolidate dell'ente, il giudice deve motivare con più rigore l'attribuzione del dolo: la complessità normativa e la trasparenza formale dell'operazione possono essere elementi che escludono il dolo.
  • Quando è controverso il momento consumativo dell'illecito (rilevante per la prescrizione), difesa e giudice devono identificare con precisione l'atto che realizza l'appropriazione ai fini dell'art. 158 c.p.; la scelta tra data di autorizzazione e data di incasso/fattura può decidere dell'estinzione per prescrizione.
  • Le censure sulla qualificazione giuridica del fatto (errata applicazione di norme amministrative o errata valutazione della titolarità del corrispettivo) sono idonee a determinare l'annullamento della sentenza di merito se il giudice d'appello non le affronta e confuta puntualmente.
  • La difesa, in casi analoghi, deve: a) contestare la qualificazione giuridica (peculato vs distrazione o illecito amministrativo); b) produrre e sottolineare prove di assenza di vantaggio personale e di destinazione pubblica delle somme; c) verificare e discutere il momento consumativo ai fini prescrizionali; d) invocare la piena devoluzione quando l'impugnazione è del pubblico ministero se l'appello di merito non ha esaminato compiutamente la questione.

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