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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 27568/2026 del 22/07/2026

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

ACCOGLIMENTO CON RINVIO

Favorevole al ricorrente (imputato)

La controversia

Il Tribunale del riesame di Roma aveva confermato gli arresti domiciliari applicati a un dirigente comunale, ritenendo sussistenti gravi indizi di colpevolezza per corruzione propria. La vicenda riguardava, in sintesi, il presunto ricevimento di euro 40.000, solo in parte fatturati, quale corrispettivo per atti contrari ai doveri d'ufficio: l'indagato avrebbe assunto, in conflitto di interessi, il ruolo sostanziale di dominus della pratica di ampliamento di un sito produttivo di una società privata, curando l'istanza ex art. 8 d.P.R. n. 160/2010, predisposta formalmente da una professionista collaboratrice, e avrebbe inciso sull'iter amministrativo, prima con una delibera di Giunta del 21 dicembre 2021 e poi con una delibera del 17 gennaio 2023 che avrebbe consentito un ampliamento della superficie utile superiore alle aspettative della società. Il ricorso proponeva tre motivi: con il primo e il terzo si contestavano la sussistenza delle esigenze cautelari e soprattutto l'adeguatezza della misura coercitiva rispetto a possibili misure interdittive, deducendo travisamento degli atti, assenza di elementi per ritenere il rischio di recidiva e mancata motivazione sull'inadeguatezza di strumenti meno afflittivi; con il secondo si censurava la gravità indiziaria, sostenendo che la procedura amministrativa si sarebbe arrestata alla prima fase, che gli abusi edilizi sarebbero stati irrilevanti o comunque non conosciuti dall'indagato, che la seconda delibera avrebbe avuto contenuto generale e non sarebbe stata illegittima, e che gli elementi valorizzati non dimostrerebbero un patto corruttivo ma solo una collaborazione professionale.

La decisione

La Corte di cassazione ha ritenuto inammissibile il secondo motivo sulla gravità indiziaria e infondate le censure sul pericolo di reiterazione, confermando che il giudizio cautelare poteva fondarsi sulle concrete modalità del fatto e sugli elementi indiziari valorizzati dal Tribunale, in particolare intercettazioni e modalità fittizie di conferimento/svolgimento dell'incarico e di pagamento del compenso. Ha invece accolto il terzo profilo del ricorso, ritenendo carente la motivazione sulla scelta della misura coercitiva degli arresti domiciliari, poiché il provvedimento impugnato non aveva adeguatamente spiegato perché non fossero sufficienti misure interdittive, potenzialmente idonee a neutralizzare il rischio di reiterazione in un contesto connesso all'esercizio di funzioni pubbliche e professionali. Ne è derivato l'annullamento con rinvio dell'ordinanza al Tribunale di Roma, limitatamente alla rivalutazione dell'adeguatezza della misura e dell'eventuale preferenza per una misura interdittiva, tenendo conto anche del tempo trascorso dai fatti.

Norme richiamate

  • art. 8 d.P.R. n. 160 del 2010

    la procedura di ampliamento dell'attività produttiva ex sportello unico è richiamata per descrivere il contesto amministrativo della condotta contestata e la scansione in fasi della pratica.

  • art. 274 c.p.p.

    ultimo periodo della lettera c) del comma 1

    il pericolo di reiterazione non può essere desunto dalla sola gravità astratta del reato, ma può essere fondato sulla gravità concreta del fatto e sulle sue modalità e circostanze.

  • art. 2, comma 1, lett. c), l. 16 aprile 2015, n. 47

    norma che ha introdotto il limite secondo cui la gravità del titolo di reato non basta, da sola, a fondare il pericolo di reiterazione.

  • art. 309, co. 7, c.p.p.

    indica la competenza del Tribunale del rinvio in sede di riesame cautelare.

  • art. 94, comma 1-ter, disp. att. c.p.p.

    richiamato per gli adempimenti di cancelleria conseguenti alla decisione.

Massime di principio

  • In tema di esigenze cautelari, il pericolo di reiterazione non può essere fondato sulla sola gravità astratta del reato, ma può essere desunto dalla gravità concreta del fatto, dalle modalità esecutive e dal contesto complessivo in cui la condotta si inserisce.
  • Nel giudizio cautelare, le doglianze che non si confrontano in modo puntuale con gli snodi argomentativi della motivazione impugnata, specie se contrastano con elementi indiziari specifici come intercettazioni e dati documentali, sono inammissibili o manifestamente infondate.
  • Quando il rischio cautelare deriva da condotte collegate all'esercizio di funzioni pubbliche o di attività professionali, il giudice deve verificare in modo effettivo e concreto se misure interdittive siano idonee a neutralizzare il pericolo, prima di applicare o confermare una misura coercitiva personale.
  • La scelta della misura cautelare deve essere sorretta da una motivazione specifica sull'inadeguatezza delle misure meno afflittive; formule generiche non sono sufficienti, soprattutto se il fatto prospettato può essere prevenuto con un'interdizione dall'ufficio o dalla professione.
  • In sede cautelare, una diversa qualificazione del fatto in termini di corruzione propria o impropria non esclude di per sé la permanenza di gravi indizi e può incidere soltanto sul successivo approfondimento di merito.

Come è indicizzato

MaterieCorruzioneImpugnazioniEsigenze cautelariCustodia cautelare
RamiReati contro la PAProcesso penaleMisure cautelari
SottomaterieCorruzione propriaCorruzione impropriaCarcere
IstitutiInutilizzabilità della provaOnere della prova

Testo integrale

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